L’ultimo giro in bici

2 08 2010

Questo racconto è stato pubblicato sul bisettimanale “Il Piccolo” di Alessandria. Fa parte di una serie scritta da autori locali: punto in comune, immaginare la Città nel 2030. Il testo che pubblico qui, a differenza di quello sul giornale,  è corredato da alcune note utili per i lettori non alessandrini.


Non era una giornata nebbiosa. No. Era più che altro grigia e nuvolosa. Umida, come al solito. C’era una luce diffusa e regolare, senza ombre.

L’Architetto pedalava con lentezza. Era partito da via Tonso, dove aveva abitato per quel periodo di lavoro. Aveva questo vezzo di abitare le città nelle quali doveva operare a fondo. Gli erano sempre piaciute le periferie un po’ demodè. Gli sembravano meno respingenti del centro: di solito nelle città il centro si era trasformato in una via di mezzo tra un mausoleo e un luogo di locali, ritrovi, cocktail bar, caffetterie, saloni da the. Naturalmente non tutte le città erano uguali. Ma lui non poteva saperlo prima.

L’Architetto guardò il bus elettrico col numero 4 passare, più o meno silenzioso nella sua forma senza spigoli. Si fermò un attimo, scese dalla bicicletta, la lasciò  appoggiata col pedale al marciapiede e fece quattro-cinque passi per raggiungere l’edicola. Comprò il suo giornale preferito. Non riusciva a rinunciare al rito. Tornò alla bici. Infilò il giornale nella tasca e si rimise in movimento.

Corso XX Settembre era la prima delle sue mete. Corso cavalët cavalët setember. Sorrise tra sé. La bicicletta scorreva male, ma lui non capiva bene perché: era un architetto, mica un ingegnere. Ridacchiò, in realtà non aveva neanche provato a capire quale fosse il problema. Continuò a pedalare, un po’ più a fatica. La Ciminiera 1) si vedeva già, era veramente imponente, con quel cilindro-serbatoio. Indiscutibilmente simbolica, con la scritta a vernice blu su sfondo bianco. Tutto vagamente scolorito. Si sentì soddisfatto. Appagato.

Proseguì dritto guardando all’aria, cercando di non perdere l’equilbrio e di non incastrarsi con qualcuno degli altri ciclisti: signore in giro per la spesa, uomini  e donne che andavano al lavoro. Attaversò il grande viale stando attento alle occasionali auto autorizzate. Lanciò di sbieco un occhio al ponte coperto sulla destra 2), poi poco dopo piegò a sinistra verso Piazza Garibaldi. C’era molta animazione, era giorno di mercato. Le signore con le borse di tela con spesucce varie, i pensionati sulle panchine. Qualche mamma che si trascinava per mano il bambino in età prescolare..

Lui scese dalla bici e percorse il lato corto dei portici a piedi. Pochi passi e si ritrovò davanti al laboratorio del riparatore di biciclette.

Spinse l’alta porta a vetri ed entrò, destreggiandosi per portare dentro la due ruote.

– Salve.-

Dentro una stufetta elettrica funzionava e Gino nel suo camice da lavoro blu armeggiava con la catena di una bici issata su due perni.

C’era un tipico odore di gomma nuova e di solvente. Sullo sfondo di bici usate e nuove appese in verticale a dei ganci a uncino c’era il solito personaggio: il vecchietto col bastone -che in realtà non gli serviva- seduto sulla sedia di tela blu con il telaio di legno, tutta rovinata che sembrava essere stata utilizzata come grattatoio da un gatto. Stava sempre lì a ciaciarè con Gino. A fare conversazione, detto nel dialetto locale.  In realtà il vecchietto lo parlava poco e niente, era stato via tanti di quegli anni… Ogni tanto consultava un libro dalla legatura spaccata, la copertina scomparsa: un dizionario di dialetto “U disiunàri”. Con Gino facevano prove fonetiche di pronuncia, cercavano modi di dire che non conoscevano- o avevano dimenticato.

L’Architetto attirò l’attenzione di Gino sul suo problema.

– Fa’ vighi!- ostentò Gino guardando il vecchietto.

– Oh, è una sciocchezza, vede che il freno di dietro si è un po’ bloccato?- Tirò la leva del freno al  manubrio e si vedeva che dopo i gommini non si distaccavano bene dalla ruota.

– Possiamo metterla a posto? –

– Ma certo dutùr! Roba di due minuti. Ti faccio passare davanti, tanto la rossa non viene prima di stasera…- Gino chiamava sempre i proprietari delle bici per colore delle medesime. “La Rossa” era quella con problemi alla catena.

– Certo che tu, Gino, di lavoro ne hai sempre un casino…-

– Deve dir grazie alla situazione…-  Ridacchiò il vecchietto.

Gino si voltò verso di lui con aria di sufficienza: – Non è mica colpa mia se in città non si respirava più. Che già c’è la nebbia…-

– La legge sui limiti di emissione non l’ha mica fatta lui…- gli diede ragione l’Architetto.

– E poi il petrolio è bello che finito…-

Il vecchietto continuò nel suo ragionamento in modo un po’ sgangherato.: – Quand’ero piccolo tutti andavano in bicicletta. Quand’ero piccolo però suonava la sirena di Borsalino.-

– Beh, adesso non avrebbe senso farla suonare, no?-

– Effettivamente, no.-

– Stavo facendo un ultimo giro… di ispezione, diciamo così. Domani parto. Mi trasferisco. Altro lavoro, altra città… Altre persone, altri accenti…-

Gino trafficava con i tiranti d’acciaio dei freni.

L’Architetto si fece coraggio. I locali erano noti per aver la lingua abbastanza tagliente.

-Spero di aver fatto un buon lavoro, qui…-

Il vecchietto si agitò sulla sedia di tela.  – Penso di sì… dati i presupposti… Qui chiunque arriva vuol far vedere che cambia tutto. A partire dai francesi che hanno buttato giù il duomo…-

– Beh, ma è stato più di due secoli fa…-

– Sì ma … Il risultato… Tira su, butta giù, tira su, butta giù… Adesso è il momento del tira su di cose che erano già state buttate giù…-

– Ma… la gente cosa dice?-

– Ma s’è c’al so, me…- Il vecchietto pareva imbarazzato.

– Forza, che non mi offendo…-

– Secondo me…- Il vecchietto prese fiato. Inizio a toccare il copertone de “La Rossa” con la punta del bastone alzato.

– Secondo me… A me la Ciminiera piace, neh. Mi ero inca… volato da matti quando l’avevano abbattuta, ma tanto fanno sempre quel che vogliono… Anche ‘sto qua di adesso…- agitò il bastone, probabilmente verso il Comune – Il “borgomasto”… Mah… Comunque bella l’idea della torre-belvedere. Certo che da là sopra il panorama è quel che è: più che altro brütvedere…-

Gino aveva bello e che finito il suo lavoretto coi freni e adesso li guardava a testa abbassata da sopra gli occhiali per la presbiopia, come seguendo una partita di ping pong.

– Come Ciminiera non serviva più di certo… Ma la gente cosa dice…-

– Sinceramente quel che non piace sono gli schermi che proiettano le borsaline 3) in bicicletta agli orari di uscita e di entrata dalla fabbrica…-

– Indubbiamente un po’ eccessivi…- ammise l’Architetto, consapevole di aver dovuto inserire nel progetto una cosa tanto kitsch. Piaceva al Borgomastro… Diceva che avrebbe dato una giustificazione storica, affondata nella tradizione, del fatto che dopo la crisi si era costretti a girare solo in bicicletta o con i bus elettrici…

Cercò di scusarsi col vecchietto: – Ma quelle proiezioni si possono disabilitare…- Il vecchietto bofonchiò un “alura suma a post ”con aria enigmatica. L’Architetto si fece l’idea che non fosse un commento del tutto positivo.

-E del nuovo polo culturale, che si dice?-

– Era ora che dalle parti del vecchio zuccherificio si facesse qualcosa di bello… 4)

– Lì non abbiamo potuto salvare molto, era tutto così diroccato. Un po’ di riutilizzo siamo riusciti a farlo comunque. Bisognava pensarci quarant’anni fa…-

Gino si inserì a sorpresa: -I miei figli ci vanno spesso, dicono che è bellissimo. Imparano un sacco di cose. Vanno al museo, vedono posti lontani…nella… come si chiama… la “Realtà Virtuale”.-

– Mia figlia vive in Giappone. Mi dice che del  nostro polo culturale ne ha sentito parlare anche lì.

L’Architetto sorrise. In quel momento era proprio contento.

– Devo andare. Voglio fare una puntatina al ponte Cittadella. 5) Lì la cosa più difficile è stata rifare i mattoni che non sembrassero completamente nuovi… A rendere sicura la struttura ci hanno pensato gli ingegneri…-

Pagò Gino per la riparazione della bicicletta. Aveva già deciso che l’avrebbe regalata al figlio della vicina di casa.

Il vecchietto si alzò dalla sedia. Era un po‘ panciuto ma per i resto si manteneva bene.

– L’accompagno.-

– Ma io sono in bici…-

– Anche io.-

L’Architetto dovette guardarlo con un’espressione tra lo stupito e l’interdetto, perché il vecchietto si sentì in dovere di dire sorridendo: – Quando ero piccolo, le persone andavano in bici fino a una settimana prima di morire…-

Uscirono sotto i portici e il vecchietto prese una delle biciclette appoggiate al muro. Con un po’ di fatica ci salì.

-‘Nduma?-

Scesero giù dalla rampetta più vicina. Cominciarono a pedalare fianco a fianco, passando da Piazzetta Marconi.

Il vecchietto osservò – Non avrei mai pensato che tutte queste cose che ha combinato lei si potessero fare. Mi sembra fantascienza… Specie per la questione soldi….-

L’Architetto non rispose, disse invece – Senta, l’avrei sempre voluto chiedere… Ma qual è il vero nome di Gino?-

Il vecchietto pedalando a gambe larghe rispose: – Non lo so, non glie l’ho mai chiesto. So solo che è indiano, questo sì. Tutti l’hanno sempre chiamato Gino. Sicuramente un motivo c’è.- 6)

NOTE

1) L’imponente Ciminiera della Fabbrica Borsalino (che produce cappelli famosi in tutto il mondo, unico vanto della Città di Alessandria) rappresentava un vero e proprio simbolo. Fu sciaguratamente abbattuta negli anni ottanta, nonostante le proteste di molti cittadini e giornalisti, tra i quali il sottoscritto.

2) Faceva parte della fabbrica anche un ponte coperto che collegava due corpi dello stabilimento, passando sopra Corso Borsalino. Anche quello fu abbatuto.

3) Le “Borsaline”, le operaie che lavoravano nella fabbrica di cappelli.

4) La vasta zona dell’ex zucherificio, composta da numerosi fabbricati, alcuni dei quali imponenti, è attualmente in stato di abbandono totale. Molti edifici sono diroccati e le sterpaglie la fanno da padrone. Si può facilmente immaginare che in futuro sarà utilizzata per realizzare edilizia abitativa, e non certo per creare un grande Centro Culturale.

5) La furia distrittiva dei mie concittadini si è recentemente abbattuta su un altro pezzo di storia di Alessandria, il ponte che attraversava il fiume Tanaro per collegare la Città alla Cittadella, ex piazzaforte militare. Lo storico ponte (non bello, ma appunto storico) è in demlizione e a quel che si dice dovrebbe essere sostituito dall’opera di una nota Archistar.

6) Negli anni sessanta operava sotto i Portici di Piazza Garibaldi un rivenditore e riparatore di biciclette che tutti conoscevano semplicemente come “Gino”. Io me lo ricordo. La mia prima biciclettina blu mio padre la comprò da lui, e anche la seconda, una 22 rossa di seconda mano.

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6 responses

2 08 2010
Rossana

e tutti i miei ricordi pedalano con te sulla mia Arianna Meazzo, comprata in Via Caniggia…:-)

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3 08 2010
williamnessuno

Anche mia sorella aveva un’Arianna. Io ho avuto una Meazza 26 verde chiaro metallizzato, che fu la mia bici “da grande”. Adesso ho una mountain bike che comprai a Milano quando iniziai a vivere lì. Recentemente me la sono portata qui a Rignano ma ho dovuto rimpiangere amaramente le strade di pianura: qui tra salite e discese andare in bici è una vera fatica e dovrò allenarmi parecchio per riprendere…

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3 08 2010
williamnessuno

Rosssana, mio padre si ricordava di Gino ma non il nome (io sì!), così ha chiesto ad altri suoi coetanei e ne sono venuto a capo…

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3 08 2010
tiptop

sorrido perchè sembra quasi una risposta ai miei pensieri angosciosi sul petrolio che i disperde soffocando il mare, che ci pensavo anche in autobus tornando a casa e ho pubblicato lo status su fb.
Devo dire che leggerlo mi riconcilia col futuro, il pensiero di un futuro che sa del passato. Ci si sente meglio (almeno io)

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5 08 2010
Minerva84

Molto bello sai…

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5 08 2010
williamnessuno

Grazie Caterina, sai che tengo sempre alla tua opinione di scrittrice.

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