analogic reloaded

10 01 2011

Non so più bene in che società viviamo, le definizioni si affastellano: dell’immagine, dello spettacolo, degli oggetti, dei nuovi media e tante altre.
Indubbiamente l’immagine ha la sua grande importanza, e in questi giorni mi sono scattate diverse riflessioni.
Le connessioni sono apparentemente sconnesse.
Apparentemente.

Dracula's 12:00 AM Watch

Andrea Bigiarini, "Dracula's 12:00 AM Watch"

Tutto comincia da un filmato postato su Facebook a proposto di Facebook, questo.
Guardo il filmato, molto efficace anche grazie alla faccia simpatica del solo protagonista, realizzato su un’idea semplicissima. Mi colpiscono un paio di evidenti “distrazioni” del protagonista, che sembra guardare non in camera ma a lato, per un attimo. Inizialmente penso a un eventuale regista o amico, in un secondo momento invece mi viene in mente che forse gli pareva che qualcuno potesse passare davanti alla telecamera.
Lo scrivo nel commento alla persona che ha postato il video, ovvero “Betty l’Innocente”, che fa parte del progetto “Minimal Cinema”.
La sua risposta non è nemmeno tanto sorprendente, e per me è abbastanza scontata.
“Trovo che “lo sporco” e l’impreciso, l’incompleto, siano fondamentali per una nuova estetica dell’audiovisivo.”
Disgraziatamente, in quel momento stavo leggendo “L’Accademia dei Sogni” di William Gibson, un libro nel quale sostanzialmente un gruppo di appassionati commenta e analizza nei dettagli dei microfilmati postati in rete e ne discute animatamente.
Ma non è stato solo quello, il problema.
Conoscevo già il punto di vista di Betty, ma improvvisamente mi sono chiesto “perché”?
Perché questa imprecisione dovrebbe avere un valore intrinseco? Essere un valore e non un difetto? E’ per un vezzo alla moda? O nasconde un’esigenza (artistica, comunicazionale) reale?
Il passaggio successivo di ragionamento è stato che riprese “sporche” sono da anni utilizzate anche dai registi famosi, e poi ormai anche nei film hollywoodiani non d’autore.
Certo, non lo sguardo “sbagliato”.
Ho pensato che urga una riflessione su questa cosa dell’impreciso, dello “sporco”. Perché i realtà saremmo nell’era del digitale, e non basta: siamo ormai nell’era dell’HD (alta definizone), e anche del 3D.
Marco Fioramanti, artista eclettico che ha presenziato e partecipato ad alcuni lavori di “Minimal Cinema”, tempo fa durante un viaggio a New York nel quale stavano effettuando riprese, commentava su Facebook: “con le telecamere digitali, leggere e piccolissime, adesso è tutto più facile”.
La domanda che mi si pone è: “TUTTO” cosa?
Mi verrebbe da dire, come professionista, che questa cosa dello “sporco” ha a che fare semplicemente con la frenesia e con la mancanza di tempo che oggi ci perseguitano. “La ripresa è sporca? Non importa, non c’è tempo di rifare”. “Si è distratto e ha guardato altrove? Non importa, non c’è tempo di rifare”. L’importante è avere un prodotto da proporre. In tempi rapidi.
Eh no. Invece temo che non sia così semplice.
Mentre rispondevo a Betty mi è saltata fuori una connessione che non mi aspettavo nemmeno io. Quella con il ritorno della fotografia all’analogico. Alla “Lomografia”-
Ho scritto di getto: “Perché adesso che abbiamo il digitale facilmente disponibile a prezzo accettabile fotografiamo con le Lomo?
Perché Hipstamatic (che simula una macchina fotografica analogica è una delle applicazioni di tendenza per iPhone?
“.
Hipstamatic, e molte altre applicazioni per iPhone, simulano, come ho detto, delle macchine analogiche vecchio stile, addiritura le toy cameras. Con tutte le conseguenze del caso: leggere sfocature, infiltrazioni di luce sulla pellicola, obiettivi che rendono una colorazione falsata, pellicole di formato quadrato con macchie qua e là con cornici con marca e data…
Andrea Bigiarini ha fondato uno dei gruppi s Facebook dedicati a qusto genere di fotografia, “The HipstaManiacs”.

William Nessuno, "Dark Stair"


Visitando quelle pagine ci si accorge immediatamente di quanto queste foto, che, ripeto, simulano quelle realizzate con scalcinate macchine analogiche di decenni fa, siano affascinanti: nelle saturazioni, nei contrasti, nel mosso (personalmente ricerco molto l’effetto mosso, che ovviamente non è facile da ottenere con iPhone). Infinitamente più affascinanti (e artistiche) di quelle realizzate con un’attrezzatissima e supertecnologica reflex digitale.
Questa fascinazione si ottiene attraverso un programma sostanzialmente altrettanto tecnologico della reflex digitale, anche se ispirato a principi differenti.
Quindi anche in questo caso il risultato è immediato, non richiede molto tempo, asseconda la carenza di tempo. Apparentemente questo tipo di fotografia è semplice da realizzare. Ma se scendiamo più in profondità di questa “esigenza di imperfezione”, scopriamo che può nascondere anche un grosso lavorio, un dispiego di competenze ed energie artistiche e artigianali. Come nel caso della seria “Steampunk Horror” di Andrea Bigiarini, nella quale i definitivi sono ottenuti con la sovrapposizione di diversi processi fotografici e di elaborazione fotografica digitale. Per sembrare il meno digitali possibile. Per sembrare addirittura antichi, addirittura ottocenteschi.

foto di Andrea Bigiarini dal suo album "Steampunk Horror"

Ho accennato prima alla cosiddetta Lomografia. Mentre la Kodak chiude la produzione delle sue storiche pellicole, la foto analogica riscopre una stagione dorata grazie alle macchinette poco costose, di plastica, magari con pellicola 120 come Holga o simili. Queste non simulano in digitale le vecchie fotocamere. Le riproducono in tutto e per tutto. E hanno una schiera di adepti appassionatissimi in tutto il mondo. Ingenerando anche un mercato collaterale di accessori: le pellicole ricompaiono specificamente per questo tipo di fotografia. Anche i questo caso, come per le elaborazioni di Andrea Bigiarini, che prendono potenza nelle fasi sovrapposte di lavorazione, il processo è inverso a quello della velocizzazione. In digitale scatti e rivedi dopo un attimo. In lomografia devi scattare con attenzione alle pur poche impostazioni della macchina, e rivedi quando le stampe sono pronte, magari dopo settimane. E -questo fa parte del gioco- poi non ci puoi fare più niente. Tranne, nel caso, scansionare e poi intervenire in digitale.
Quindi, tornando allo “sporco”, all’imprecisione, non pare che tutto questo venga ricercato per una ragione di tempo. Viene ricercato volontariamente per quel che è.
Nell’epoca della precisione crescente, forse, ricerchiamo un’umanizzazione -una ri-umanizzazione- delle tecnologie spinte che usiamo.
Siamo costretti o comunque sentiamo il bisogno di dire alla tecnologia che sta correndo troppo.
La tecnlogia è impostata tutta per non ammettere o farci commettere errori: noi ce li inventiamo, e spendiamo anche tempo a inventarceli. Affinché poi non siano più errori, ma dei plus creativi.

Forse è tutto legato a quello che immaginiamo e immaginavamo di noi.
E alla nostalgia che abbiamo di quei “noi” irrealizzati.
Dopo aver immaginato, negli anni cinquanta, un futuro felice; dopo aver immaginato, negli anni novanta un passato che non è mai esistito (steampunk); dopo aver rimpianto il futuro che non si è realizzato (Wired, agosto 2010), ricerchiamo una sorta di ingenuità complessa, la crediamo necessaria, ci piace. La perseguiamo faticosamente, ci impegnamo per raggiungerla.
Questo, sembrerebbe, ci dicono voci apparentemente sconnesse di artisti molto diversi tra loro.

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