“Vivere di Cultura” sul web?

27 06 2011

Insomma, non abbiamo ancora capito cosa sia questa Internet…

Quella che è emersa ieri nel corso di “La convergenza dei media e l’industria culturale in Italia” è stata una contraddizione che arriva da lontanissimo.

Internet è uno spazio di collaborazione gratuita e disinteressata come è stata all’inizio della sua era post-militare, elitaria e pionieristica, fricchettona e basata sull’etica hacker raccontata da Pekka Himanen?
Oppure è un nuovo pascolo economico-professionale nel quale tentare di brucare il più possibile, magari con le dovute tranzumanze delle quali ha recentemente scritto Carlo Infante? Qualche ragione per questa confusione c’è, per carità.

Il freelance Dario Banfi parla fumosamente delle prospettive che la rete offrirebbe a un professionista ma senza fare esempi concreti (forse sarebbe utile leggere il suo libro per capirlo?): alla fine dichiara che lui però non se la sente di collaborare ai siti/blog collettivi perché non gli va di profondere il suo lavoro in contesti simili o comunque non lo ritiene utile.

Il musiclogo Franco Fabbri invece, in un intervento per altro molto interessante, innalza il lamento degli Autori defraudati dai download di musica e di altro, scandalizzato in particolare dalla pubblicità dei vari provider che magnificherebbero le potenzialità di scarico da parte delle loro connessioni. Come in totale astrazione rispetto a una realtà che è ormai affermata, e alla quale forse semmai andrebbero proposte alternative. Anche in questa considerazione si annida la contraddizione che dicevamo: se la Rete fosse una collaborazione gratuita e disinteressata perché ci dovremmo scandalizzare se chi dispone di un contenuto lo mette gratuitamenta a disposizione anche degli altri? .

Occorre trovare soluzioni intermedie. Cosa che in qualche modo fa iTunes, come fa notare Carlo Infante.

Enrico Menduni si domanda appasionatamente come siano distribuite le montagne di soldi che circolano sulla Rete, e risponde che sono distribuite in modo irrazionale, come per il jackpot di una slot machine: tutto a uno, niente agli altri. Sacrosanta considerazione. Ma anche qui occorrerebbe immaginare soluzioni, che per ora non ci sono. Poi pone la domanda secondo me vitale oggi come oggi per TUTTE le attività professionali culturali: come si fa a farsi pagare?
Nessuno ha affrontato un nodo secondo me importante.

Prima cosa, a dispetto del titolo stesso del convegno, oggi vivere di cultura è difficilissimo perché si è creata questa visione del mondo secondo la quale la Cultura è secondaria, subalterna rispetto alla produzione, al business. Secondo, perché la disponibilità di spazi (specie sul web) è elevata e ci si sente in diritto di chiedere collaborazioni gratuite -“cosa vuoi che sia scrivere un articoletto”- provocando la stessa degenerazione dei media di massa: di fronte alla comprensibile riluttanza delle persone più competenti (come sottolineava Banfi) la prassi dell’avanti un altro popola i media di in-competenze. Intanto è lo stesso. Le pagine vanno riempite.

La mia personale esperienza racconta che, vicino al discorso etico hacker -per quanto antiquato- non ho mai guadagnato una lira dal lavoro svolto sulla rete (lavoro presente in almeno sei volumi coordinati da diversi autori e pubblicati da diversi editori, non solo in Italia). Una volta sola ho ricevuto un rimborso per un viaggio a Venezia per definire il nascente progetto ibrid@menti. Treno andata e ritorno Roma-Venezia. Quindi profondo volentieri il mio lavoro sulla rete gratuitamente, memore dei tempi nei quali, negli anni 90, mi veniva dato spazio web gratuito su un server americano perché c’era un intesa ideale col suo gestore, e pareva di collaborare a un mondo nuovo che stavamo cercando di creare insieme. Oggi mi limito a scegliere. Insomma, non mi va di collaborare proprio con tutti e a tutti i progetti.
Nè LinkedIn nè le altre reti sociali a sfondo professionale mi hanno mai portato niente (e a questo proposito mi sono fatto davvero molte domande sulla loro utilità).
Carlo Infante ha concluso il suo intervento con la cosa che ho maggiormente condiviso di questa sessione: mantenere in rete i propri spazi autogestiti, i propri blog, i propri terreni virtuali. Usare i social network (che oggettivamente fanno tesoro nel vero senso della parola delle nostre competenze) solo per fare rete, per promuovere le proprie attività.
Che restano ed è bene che restino altrove.

pubblicato su Urban Experience completo di links.

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4 responses

4 07 2011
diego

è davvero interessante questo articolo, perchè è chiaro ed evita fumisterie fuorvianti

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4 07 2011
William Nessuno

Ti ringrazio Diego, lin tutti questi anni mi sono fatto molte ideuzze chiare sulla Rete e sul suo funzionamento.
E comunque ho capito che io non ci guadagnerò MAI…

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5 07 2011
diego

certo, però intanto un pò di sana chiarezza è piacevole leggerla rispetto a certe roboanti e inconcludenti pontificazioni

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5 07 2011
William Nessuno

Io penso che una differenza tra me e molti altri è che io, da cane sciolto, non ho bisogno di dire SEMPRE qulcosa, di dire SEMPRE cose che stupiscano o (appunto) sembrino enormemente complicate.
Non ho un ruolo da difendere. Questo mi facilita abbastanza le cose.
🙂

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