nordic inside (a roma è nuvoloso)

23 07 2012

E’ come se ci fosse una password dell’anima, una password esistenziale che fa scattare sensazioni e ricordi, che tu voglia o meno.
Si aprono files di un passato remoto, di quando tornavi, bambino, dai quaranta giorni o giù di lì di esilio forzato (chiamato con la logica degli adulti “vacanza”) nella terra caldissima dei tuoi genitori, popolata da figure ambigue di parenti mai conosciuti davvero, per i quali nutrivi simpatie o antipatie senza logiche apparenti, a pelle, con scarsi fondamenti e dovevi rintuzzare con fatica le differenze nelle abitudini alimentari, nel linguaggio, nell’accento, nell’essere a differenza di tutti gli altri semplicemente un “polentone”. Polentone  che a differenza anche della assai più vispa e versatile sorella minore non riusciva ad assorbire nemmeno le espressioni  gergali più comuni e reiterate, mentre lei sorella dopo una settimana parlava l’idioma cuginesco con scanzonata e ironica disinvoltura.
In qualche modo questi parenti che rivendicavano la questione meridionale con un bambino già alienato e sorpreso da un modo di vita largamente sconosciuto e incomprensibile, questi parenti per la maggior parte ormai scomparsi, avevano ragione a rimarcare la differenza, anche in modo secondo loro spiritoso (sicuramente nelle intenzioni lo era ma a cinque anni e anche dopo fino alla maturità è piuttosto difficile cogliere queste fini sfumature di humour nemmeno troppo britannico), ma il risultato è che poi ti resta una sensazione di rifiuto nei confronti della tua identità: conflitto mai risolto nel corso di una vita. Sei polentone. Ma anche no. Ma anche sì. Ma anche no.
Ricordo con dettagliato realismo il parente e il luogo e il modo in cui tutto questo ebbe inizio. Il parente mi voleva bene, ne sono certo, forse in qualche modo semplicemente si doleva che questo ramoscello della pianta di famiglia crescesse in modo così anomalo. Che parlasse in quel modo così strano. Ma non sapeva come esternare questo disagio, se non riversandolo su un bambino.
Alla fine sei tu che devi scegliere.
E al ritorno sotto un cielo grigio ti senti finalmente a casa, ristorato e restaurato nelle tue modalità esistenziali quotidiane, nei tuoi spazi, nei luoghi che ti appartengono. Che piaccia o no.
E poi dalla memoria meno remota tutti i viaggi che hanno arricchito il tuo modo di essere: Parigi, Londra, Bretagna, Finlandia, Scozia, Norvegia, Islanda, Irlanda… Che non a caso ricorrono regolarmente in quel che scrivi. Tutti i viaggi dei quali ricordi le giornale di cielo del tutto azzurro scintillante ma anche le giornate nuvolose, di pioggia, di neve, di cieli tempestosi o compattamente grigio-bianchi, grigio scuro, grigio-nero.
Le giornate nuvolose fanno parte della tua esistenza, esattamente come le altre, e forse di più. Le giornate nuvolose senza che necessariamente debba piovere ancora di più.
Si sono assestate nella tua esistenza e memoria come quelle che ti appartengono maggiormente.

E paradossalmente quando le temperature calano, anche per una Circe qualsiasi, si scatenano delle sensazione di ritorno a casa e a quello che, nonostante tutto, sei e rimani.

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2 responses

23 07 2012
Rossana Massa

un polentone! Mica come me!:-)))

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24 07 2012
williamnessuno

🙂 Rossana, tu sei DOC ma io me la sono dovuta combattere non poco!

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