foro boario, saluzzo, italia

18 09 2012

Sei del mattino, Foro Boario, Saluzzo.

Partiamo col piede sbagliato. Il nostro inviato si inoltra tra gli immigrati senza nemmeno salutare e l’operatore comincia a riprendere. Non passano nemmeno due minuti che uno degli africani ci dice di non voler essere ripreso e subito attacca l’operatore, mette le mani sulla telecamera. Il collega  la mette giù per far vedere che non sta più riprendendo ma l’uomo non ci crede, e afferra con una presa di acciaio la camera dal manico. Nel frattempo gli immigrati attorno a noi diventano un gruppetto piuttosto nervoso. L’inviato  cerca di calmarli spiegando che siamo lì per testimoniare delle loro sofferenze: decidiamo con il cameraman di fargli rivedere cosa abbiamo registrato fino a quel momento (appunto un paio di minuti). Si calmano. Nel frattempo uno del gruppo ci dice con accento misto tra Africa e Francia che non è giusto arrivare e riprendere senza domandare. “Non siamo animali”. Giusto. E’ questo il punto.
Parte delle giornata trascorre con interviste a persone disperate che vivono e dormono per strada, alcuni hanno delle tende, altri dormono direttamente sull’asfalto, come materasso dei cartoni. Si mangia pane raffermo, nella migliore delle ipotesi frittata con le cipolle cucinata su fornello a gas attaccato a una bombola. Chi ce l’ha. Ma la vita è abbastanza, apparentemente, comunitaria. Di condivisione. Apparentemente perché poi emergono rivendicazioni di differenza tra chi arriva da un paese pacifico e in pace -Ghana, Burkina Faso- e chi pretenderebbe di essere rifugiato politico, che ritiene di avere più diritti. Ma intanto di diritti ne hanno tutti comunque zero.
C’è quello che arriva dalla Libia e dice che si sta meglio sotto Gheddafi: c’è lavoro e cibo, non solo tozzi di pane raffermo. Il poveretto, mi sa, non ha idea di cosa sia accaduto in Libia, che Gheddafi non ci sia più, sia morto. Noi non glielo diciamo. Non possiamo raccontarlo. Perché non abbiamo tempo. Mentre registriamo la sua intervista vedo un uomo che prega, inginocchiato verso la Mecca, poi si alza, poi si rimette in ginocchio e si prostra allungando le braccia in avanti alzando i piedi per aria. Questo diverse volte.
Questa gente è qui per trovare qualche giornata di lavoro per la raccolta della frutta. Ma sono arrivati il quadruplo delle persone dell’anno scorso e Comune e Caritas non ce la fanno fisicamente a ospitare tutti. Per contro la raccolta dei kiwi non c’è quest’anno, a causa delle gelate invernali. Quindi il lavoro è ancora meno rispetto al passato.
Gli immigrati hanno tutti una bicicletta, perlopiù fornita dalla Caritas, e ogni mattina al sorgere del sole  (ma da quel che ho capito no, non sempre) girano per le aziende a vedere se hanno bisogno. Alcuni hanno avuto fortuna, sono stati presi da aziende che danno anche l’alloggio ai lavoranti.
Chiediamo se qualcuno dei reietti di Foro Boario accetti di farsi seguire mentre va a cercare. Accetta Yussuf, segnalatoci da un suo amico. E’ un ragazzo di ventiquattro anni del Burkina Faso, ha un carattere tranquillissimo e socievole. Iniziamo a riprenderlo mentre si allontana in bicicletta da Saluzzo: ci ha detto che c’era un “padrone” che si era mostrato disponibile e gli aveva detto di ripassare. Fa impressione sentire la parola “padrone”. Riporta alla memoria immagini di almeno un secolo fa. Nel tragitto, mentre noi giriamo un camera-car la bicicletta di Yussuf si rompe, salta la catena, il giovane si deve fermare. Il nostro operatore salta giù dalla macchina e l’aiuta, lui e l’assistente tirano fuori dal bagagliaio dei ferri e si mettono all’opera. Fermi in mezzo ala strada con le quattro frecce intasiamo il traffico: per fortuna è ancora presto ed è parecchio ridotto.
Ripartiamo verso il frutteto. Yussuf va a chiedere ma ottiene un nuovo diniego. Allora va il nostro inviato, per sapere come funzionano queste assunzioni temporanee. Il “padrone” dapprima è burbero e reticente, poi capisce che non siamo lì per accusarlo ma solo per saperne qualcosa in più. Tra una cosa e l’altra viene fuori che questi ragazzi che lavorano nei frutteti hanno dei contratti, lui ne sta utilizzando due che vediamo all’opera. Ma soprattutto viene fuori una sorta di diffidenza nei confronti di Yussuf. A un certo punto il “padrone” dice qualcosa tipo “poi vengono qui e alcuni rubano anche la frutta”.
Allora Yussuf si sente chiamato in causa. Chiede scusa con la dolcezza tipica del suo carattere, spiegando che qualche giorno fa ha preso “un pera” tra i filari. Il “padrone” dice in tono duro che era una intera bracciata di pere. Come che sia, capiamo che Yussuf da quel “padrone” non avrà mai uno straccio di lavoro. Anche questo non potremo raccontarlo perchè non abbiamo i tempi necessari. Gli autori si son fissati che i filmati fanno perdere ascolto e li richiedono sempre pù brevi, a limite della comprensibilità.
Il resto sono dichiarazioni più o meno di comprensione, più o meno di solidarietà di assessori e responsabili della Caritas.
Gli autori sono fissati con quello che chiamiamo “vox populi”, quelle intervistine a gente per strada alle quali si richiede un’opinione su fatti e misfatti. Qui noi ci proviamo, sebbene non ci piaccia -io poi personalmente ODIO questo genere di cose- visto che alla base ci tengono così tanto. Ma anche questo non lo racconteremo. Stavolta non per mancanza di tempo. Ma per una sorta di indifferenza generale dalla quale non emerge nulla. Semmai una sola voce di tipo messianico che proclama l’uguaglianza degli uomini con accenti religiosi. Ma nulla di attinente alla situazione di Foro Booario. Molti secondo me non sanno nemmeno di cosa stiamo parlando.
In ultimo andiamo in un’azienda-modello che ha lavoratori che arrivano coi flussi prestabiliti, perlopiù albanesi, e alcuni africani sottratti al Foro Boario. Perché in quell’azienda, ai lavoratori viene come dicevo prima addirittura fornito l’alloggio.
Gli albanesi vorrebbero essere ripresi, si schierano in buon ordine sullo sfondo, ma non siamo lì per loro. Anche questo non lo potremo raccontare.
Il tutto finisce con Momo, che in realtà si chiama Muhammar. Ma i “padroni” non riescono a pronunciarlo. In effetti è difficile. Nemmeno io ci riesco. Muhammar parla italiano molto bene, con ironia. Ci dice che lui si sposta seguendo le stagioni dei diversi raccolti. A Rosarno ha raccolto arance e clementine, e al nostro inviato che ha chiesto se la situazione di Saluzzo si possa definire “una Rosarno del Nord” risponde che non c’è paragone  tra i due luoghi, quella di Rosarno è incomparabilmente peggiore. Anche questo finirà tagliato, perché non abbiamo tempo. Alla fine Muhammar ci dice che la ricerca del lavoro è sempre un’avventura. Tutta la vita in fondo è sempre un’avventura nell’incertezza. E’ commovente ma suona anche  rivendicazione di orgoglio quando dice all’inviato “anche per te, no?”.
Quello che mi rimane della giornata è l’odore di sapone nel campo pieno di immondizie mentre gli immigrati si lavano con bottiglie d’acqua riempite all’unica fontana. Gli occhi pieni di serenità di Yussuf, perché forse poi andrà da un suo fratello a Milano, che ha addirittura una moglie e una casa. L’appellarsi delle istituzioni a misteriose istituzioni “superiori” che non hanno fatto nulla per migliorare la situazione. Perché con l’aria di crisi che tira un certo genere di interventi non ci saranno mai.

Questo avveniva l’otto di settembre, anno 2012

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