fuga dal cassonetto (un altro sogno da psicoanalisi)

21 01 2015

So che questo sogno l’ho fatto stamattina dopo le sette.

Sono a casa, la stanza è buia e apro le imposte.

Siamo a un piano terra (1) e la finestra si apre su un giardino abbastanza vasto e soleggiato. Proprio sotto la finestra c’è una tavola apparecchiata, due persone, marito e moglie, pranzano.

Mi guardano male, piuttosto seccate, non salutano: allora io dopo un po’ dico “buongiorno”. Mi risponde solo lei, in malo modo. Continuano a mangiare.

Dico che devo uscire per sbrigare delle cose.  Poco dopo mi ritrovo in una piazza di fantasia. Siamo in molti davanti a un tavolo-scrivania dietro il quale stanno sedute alcune persone che in maniera abbastanza indistinta so appartenere al molto dello spettacolo.

Infatti c’è anche Andrea Roncato, col quale mi capitò di lavorare a un programmino per Italia7  (2)  Mi vede, mi guarda ma non mi rivolge la parola. Allora io da dietro alcune persone gli dico, solo col labiale, “l’albero delle meraviglie”. Lui fa un cenno con la testa per dire che si ricorda ma la cosa finisce lì, non mi parla né io desidero farlo più di tanto, date le mie esperienze con lui. Non sono ben certo del motivo di quel tavolo ma pensandoci da sveglio forse era una situazione tipo ufficio di collocamento. Mentre mi allontano mi rendo conto che tutti quelli che si aggirano in quella piazza, uomini e donne, sono in vestaglia e in ciabatte. La cosa mi sembra insensata comunque continuo ad allontanarmi.

Mi ritrovo subito dopo in un posto ancora più assurdo. In un cassonetto dell’immondizia in metallo grigio, senza spazzatura dentro ma comunque già caricato su un camion della nettezza urbana.

La prima reazione è di paura. È notte ma soprattutto temo che ci possano essere sul camion quelle pale che triturano tutto.

Non ci sono, per fortuna. Mi sporgo dal cassonetto nella speranza che l’autista mi veda dallo specchietto retrovisore e mi faccia scendere. Ma l’autista non mi vede. Riesco però a farmi notare da altre due persone davanti al camion che scopro essere su uno di quei trabiccoli a tre ruote tipo Ape, sempre della nettezza urbana..

il camion si accosta e mi fanno scendere. Dalla parlata dell’autista capisco che siamo a Napoli. “Scusate tanto professò”, penso che sia impressionato dal mio cappotto blu che sto indossando in questi giorni  (già: non sono più in vestaglia). Gli dico bonariamente che devono stare attenti a cosa c’è nei cassonetti prima di caricarli.

Mi lasciano per strada e se ne vanno.

Non faccio a tempo a fare due passi che mi vengono incontro due tizi di età indefinita, uno impugna un coltello e l’altro un grossi cacciavite.

Mi si parano davanti: “dove vai, professore?”. In questo sogno tutti mi chiamano “professore”. (3)

io mi preparo a sfidarli (nei sogni si ha coraggio da vendere) ma non ce ne sarà bisogno perché interviene un uomo di mezza età con pochi capelli e  una giacca sportiva che con poche parole allontana i due. Mi rendo conto che la strada mi ha portato verso un cortile dal quale si accede a un vasto garage. Il signore in giacca tipo pied- poule mi chiede cosa sia successo e gli spiego che l’ultima cosa che ricordo è che mi trovavo in una piazza a Roma.(4)

Si fanno ipotesi, forse sono stato drogato, visto che non ricordo nulla tra la piazza è il cassonetto. Il signore in giacca mi dice “naturalmente stanotte dorme qui da noi”.  Non mi sento molto tranquillo ma a poco a poco realizzo che quello nel garage è una specie di locale-teatro.

Vedo infatti su un soppalco che si sta realizzando un servizio fotografico. C’è una cantante che conosco, che avevo anche intervistato negli anni ottanta illuminata da luci (naturalmente per niente invecchiata, nel sogno)  che con un cilindro nero, bustino e calze bianche anziché nere, si sta facendo fotografare in pose stile Angelo Azzurro.(5)

“Canterà stasera” dice il titolare del locale in giacca sportiva.

Finite le foto e spente le luci salgo sul soppalco per salutarla ma il soppalco è un letto e lei coricata sulla schiena a braccia alzate gioca con un bambino di pochi mesi che ride in tutina bianca. Sorrido saluto e vado.

Nel frattempo il signore in giacca ha procurato un telefono. Io, senza poter accedere alla memoria del mio cellulare (che non ho più) cerco di ricordare a memoria qualche numero: mi ricordo quello di casa di Roma. Lo compongo. Molto stranamente risponde mia sorella (che non abita a Roma ma che vedo spesso in questi giorni) e mi dice “che fine hai fatto, ci hai fatto morire di paura! Ma che scemo!” nel suo tipico tono canzonatorio.

(1) adesso abito al quinto piano, in realtà. La casa non ha imposte ma tapparelle.

(2) il programma nel quale lavorai come autore, con Andrea Roncato e Gigi Sammarchi s’intitolava “le cose buone della vita”,  regia di Fosco Gasperi: una mega sponsorizzazione della despar, nel cui logo compariva appunto un albero: da qui “l’albero delle meraviglie”, o come diceva Andrea quando interpretava La Mamma, “l’alb-ro d-lle m-raviglie”. Il rapporto con Andrea fu pessimo dato che lui avrebbe voluto battute nuove ogni giorno, e a volte registravamo più puntate al giorno. Quasi quotidianamente Fosco, che conosce il mestiere dell’autore, doveva intervenire in mia difesa. Quello che riuscivo a fare era stilare il copione e ogni tanto ideare qualche battuta carina, poco di più, così Andrea mi odiava e fu un inferno dal primo giorno all’ultimo. Per fortuna l’anno dopo il programma fu sostituito da “Giornata Serena” con Serena Albano, regista il mio maestro Antonio Gerotto, che conobbi proprio lì. E le cose cambiarono completamente.

(3) di solito mi chiamano “professore” coloro che per strada mi chiedono dei soldi: in particolare un tale in via del corso a Roma che  esordisce sempre con “hai qualcosa contro gli ex tossicodipendenti?” Ma proprio ieri anche un ragazzo africano fuori da un supermercato in Alessandria. Boh. Sarà la barba.

(4) questo è l’elemento che lega la parte di Andrea a quella del cassonetto, altrimenti avrebbero potuto essere due sogni distinti.

(5) ebbene sì, sicuramente sarà banale, ma le calze sono uno degli elementi di seduzione femminile che più animano le mie fantasie. Di solito (anche qui banalmente, credo) mi entusiasmano parecchio quelle nere e quelle bianche  per contro assai poco, ma in questo sogno anche quelle erano molto eccitanti. La cantante che ho sognato naturalmente è nella realtà persona assai seria, che non farebbe mai foto del genere sebbene alla fine fossero più delle citazioni abbastanza asettiche che un tentativo di seduzione. Che però seducevano. Non so se mi sono spiegato. 🙂

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