turris asian, paragrafo uno, versione romanzo lungo

10 04 2015

–1–

Il mio respiro era regolare.
Aprii gli occhi, sbattei un paio di volte le palpebre e realizzai immediatamente di non trovarmi nel mio letto.
Questa era una sensazione alla quale ero abituato, dato che passavo la mia vita a spostarmi tra posti diversi -tra convegni e ricerche e tutto il resto- e mi capitava di dormire spesso in stanze che al risveglio non riuscivo a identificare. A volte provavo un senso confuso di spaesamento, a volte il vero e proprio tuffo al cuore del panico da smarrimento. Quella volta l’impressione non era così violenta e tumultuosa. Ero calmo. Questo doveva dipendere dalla consapevolezza nel profondo di non correre rischi o pericoli, di essere comunque in una situazione che non provocava ansia.
Misi a fuoco  l’ambiente del laboratorio. Tipo studio medico. Luci che si erano accese automaticamente al mio risveglio a rivelare i tipici armadietti in metallo satinato, le classiche lampade mobili e snodabili da sala operatoria. Misteriosi apparecchi compatti, monoliti scuri o argentati imperscrutabili sui ripiani. L’atmosfera apparentemente asettica, apparentemente sotto stretto controllo rispetto a ogni possibile fattore inquinante o patogeno. E climatizzata a perfezione in base alla mia temperatura corporea. Avevo dormito benissimo senza alcuna coperta.
Ero supino sul lettino in una tuta leggera e la mia testa era, nella parte posteriore, in qualche modo incastrata in un supporto mobile, che comunque consentiva i movimenti sia del testa che del corpo. Mi ricordai dello scanner onirico sperimentale.
Tutti questi pensieri durarono forse tre secondi. Il cervello è più veloce di un treno futuribile. Ci vuole molto più tempo per descriverli, i pensieri, che per formularli, per viverli. Per questo, mi ero convinto, il mestiere di chi scrive alla fine sia mortalmente frustrante. Solo un dio potrebbe descrivere la complessità di un solo istante in un solo luogo del mondo in uno spazio-pagina limitato, con simboli o caratteri limitati.
Mi mossi: l’incastro nello scanner mi dava fastidio. In quel momento nel mio campo visivo dove prima sembrava esserci uno specchio apparve una flessuosa figura femminile con i caratteri quasi della visione su uno sfondo di luce abbagliante. Sapevo che lì dietro c’era una specie di regia medica, piena di apparecchiature che monitoravano lo stato del paziente su piccoli monitor dove si modificavano costantemente linee, curve, grafici. E dove stava l’apparecchio per la registrazione dei sogni.
Francesca Colonna, dottoressa, psicologa, ricercatrice, scienziata. Il suo mezzobusto – era tutto quello che potevo vedere al momento attraverso il vetro della saletta- mostrava una giacca grigia di tailleur e una camicetta azzurra cangiante sotto il camice bianco aperto. In quella forte luce improvvisa il suo volto appariva come in una foto sovraesposta: l’ovale chiarissimo dal quale risaltavano solo la bocca scura dalle morbide forme curve e gli occhi truccati di blu .Il suo sguardo sotto gli occhiali dalla montatura nera rettangolare e leggera fu attraversato da un lampo di preoccupazione. Interfono.
– Aspetta Lorenzo! Fai piano. E’ delicato, lo sai. –
Smisi di armeggiare con quel coso dietro la mia testa e aspettai che intervenisse lei, che mi raggiunse in un attimo.
-Faccio io.-
Mi misi seduto, puntellato dalle braccia all’indietro.: il suo carré nero mi sfiorò il volto il tempo di sentire il profumo dei capelli e lei armeggiò con leggerezza dietro la mia testa, mi sfiorò ripetutamente la nuca: sentivo il lavorio delle sue unghie nel tentativo di disincastrare, separare, staccare, fino a quando mi sentii finalmente libero dal marchingegno elettronico. Sospirai. Mi chiesi stranamente, sorprendentemente, se il suo tocco delicato fosse in realtà riservato allo scanner fragile oppure a me. Il che mi rese un tantino confuso.
Lei mi si sedette in modo del tutto precario a fianco, un po’ più indietro sul bordo del lettino, in modo tale che per vederla dovevo torcere il collo verso destra.
– Non mi dire che sei stata tutta la notte qui in laboratorio a vegliare il fantolino. –
– Beh sì… Comunque in alcune fasi mi sono addormentata, quando non c’era niente di interessante da vedere. Insomma non so. Mi sono addormentata e basta. Poi riguarderò la registrazione.-
– Ma sì, sono un sognatore così noioso… – azzardai con tono di affettazione.
Da quella prospettiva-torcicollo quel che vedevo meglio di lei era un ginocchio e la parte inferiore della cosce in calze nere che spuntavano dalla gonna grigia. Distolsi lo sguardo e alzai brevissimamente gli occhi al cielo invocando il santo protettore del distacco dalle pulsioni erotiche, ammesso che ne esista uno. Quel che non vedevo ma potevo facilmente immaginare era  il piede destro della dottoressa probabilmente piantato per terra e quello sinistro penzoloni, che dal movimento del ginocchio deducevo stesse oscillando avanti e indietro. Avevo sempre visto Francesca come una splendida donna, ne ero consapevole: ma era come se avessi relegato questo fatto a un livello di sottinteso poco importante nel quadro del nostro rapporto professionale.
E invece improvvisamente.
– La registrazione mi sembra di buona qualità. Devo ammettere che sei un’ottima cavia, Lorenzo.
Feci del mio meglio per concentrarmi sul discorso-esperimento, ma non mi riuscì immediatamente. La mia risposta infatti fu piuttosto idiota.
– Grazie, e non mi sono neanche impegnato… A volte riesco a fare di meglio…
– “Di meglio”… è possibile…
La dottoressa Colonna ridacchiò.
– Perché, di fatto cosa ricordi? – domandò.
– Quasi nulla. Infatti sono curioso di rivedere.
In realtà ricordavo solo vagamente di aver fatto anche qualche “brutto sogno” che mi aveva messo in agitazione, ma non le dissi niente. L’avrebbe scoperto da sola, anche solo scorrendo l’elettrocardiogramma.
– Dai alzati, così la smetti di sbirciarmi le gambe.
– Perbacco. Ero sicuro di esser stato così discreto… Impercettibile.
– Sì, ciao – disse sarcastica.
Stavolta la risata che immediatamente seguì fu piena e argentina, in un tono decisamente più alto di quello che usava per parlare.
Mi alzai, mentre lei alle mie spalle scivolava giù dal lettino tirandosi platealmente e scherzosamente, esageratamente in giù la gonna dopo avermi perforato con un’occhiataccia.
Ci spostammo nel suo studio, una stanza arredata in modo eccessivamente formale e classico per i miei gusti. Che non aveva alcun senso specie se pensata in relazione al laboratorio ultratecnologico.
Non mi sentivo esattamente a mio agio: ero ancora in tuta e calzettoni, senza nemmeno essermi lavato la faccia: a maggior ragione in un ambiente simile. I miei talloni nel  tragitto, sia sul linoleum o cosadiavoloera grigio del laboratorio che sul parquet dello studio avevano fatto molto più rumore dei tacchi di Francesca.
Lei aveva elegantemente fatto un mezzo giro e preso posto alla scrivania-portaerei -come la definivo io- in mogano: scura, monumentale e arzigogolata.
Io ero relegato al posto del paziente, o del questuante volendo: il posto della subordinazione. E infatti. La dottoressa Colonna incrociò le dita delle mani appoggiate al ripiano.
– MacEwan, tu sai cosa si dice del rapporto che si crea tra uno psicologo e il suo paziente, vero? Tu sai cos’è il transfert, no?
Lo sapevo. Quella faccenda di una specie di innamoramento del paziente per il suo analista. Più o meno.
– Ma io non sono mica in terapia con te. Sono solo una cavia che si presta a sperimentare Il tuo accrocchio per la registrazione dei sogni… L’hai detto tu due minuti fa. Hai proprio usato la parola “cavia”.
Tra il disagio per la tuta e i calzettoni e il senso di colpa per la storia delle gambe mi sentivo uno schifo.
Francesca si fece seria seria, grave. Abbassò la testa, la scosse con lenta riprovazione e mi guardò da sopra la montatura degli occhiali sbattendo le ciglia. Poi improvvisamente esplose di nuovo nella risata di prima. Con una voce da ragazzina cantilenò:
–  Ci sei cascatoooo!
– Francesca, accidenti a te!
Ridemmo fino alle lacrime tra lei che citava Freud con voce dallo stentoreo accento caricaturale tedesco  si copriva la bocca alla giapponese.
Alla fine del momento cazzeggio adolescenziale, che -da non-psicologo- penso servisse per attenuare  e sviare la tensione erotica- improvvisamente, con le facce ancora congestionate, tornammo seri. Come rendendoci conto che quella seduta, dopo tante,  aveva assunto una piega strana. E che il tutto andava riportato nel binario della normalità, nel binario rassicurante percorso fino a quella sessione di registrazione.
Con estrema calma, ora, Francesca mise la mano in una delle tasche del camice ed estrasse  qualcosa. Con un’unghia dallo smalto amarena fece scivolare sulla scrivania-portaerei e spinse verso di me un piccolo supporto dalla forma quadrata e piatta: aveva dimensione e forma di uno di quei cioccolatini quadrati che a volte ti danno al bar con il caffè.
Solo che era turchese. Un oggetto che ormai conoscevo bene.
– Ecco la copia della registrazione… sì, del tuo sogno.
Tenni in mano la piastrina, dato che non sapevo dove metterla, la tuta non aveva tasche. Sorrisi.
– Fammi sapere quando pensi di fare la prossima. Non vedo l’ora.
– Beh se fossi in te non avrei tanta fretta. Non sappiamo bene che effetti collaterali possano avere queste scansioni sul cervello, eh!
Partì un’altra sua risata; anche questa per sdrammatizzare, per sviare l’attenzione da quello che aveva appena detto, pensai.

(Parole: 1509
Caratteri: 9400)


(versione precedente)

– La registrazione mi sembra di buona qualità. Devo ammettere che sei un’ottima cavia, Lorenzo.

– Grazie, e non mi sono neanche impegnato… A volte riesco a fare di meglio…

– “Di meglio”… è possibile… Perché, di fatto cosa ricordi?

– Quasi nulla. Sono curioso di rivedere.

In realtà ricordavo solo vagamente di aver fatto anche qualche “brutto sogno” che mi aveva messo in agitazione, ma non dissi niente.

La dottoressa Colonna in canonico camice bianco girò elegantemente attorno all’apparecchio che aveva usato su di me e mi porse il supporto dalla forma quadrata e piatta: aveva dimensione e forma di uno di quei cioccolatini che a volte ti danno al bar con il caffè.

Solo che era turchese.

(Parole: 121
Caratteri: 709)

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