turris asian, paragrafo due prima parte, versione romanzo lungo

13 04 2015

Era difficile credere fosse stata notte, perché quando uscii dal centro di ricerche il sole di Roma tagliava col coltello cesure tra le zone d’ombra nera piuttosto fredda e le macchie di luce cristallina pervase dal tepore.
Era quello lo strano periodo di inizio primavera nel quale gli autoctoni, probabilmente non sapendo come vestirsi data la notevole escursione termica, facevano sfoggio di abbigliamenti straordinariamente difformi tra loro.
Avevo appena incrociato un signore baffuto sui quaranta con indosso un cappotto lungo alle caviglie imbottito di piumino, nero, dalla superficie semiopaca, con tanto di cappuccio col bordo di pelliccia o finta pelliccia: comunque peloso. Era impegnato in una conversazione al cellulare con “a’ Sé”: volendo escludere che l’interlocutore si chiamasse “Serpente”, votai per “Sergio”. Se fosse stata donna, Serena sarebbe stata ” a’ Serè”. Oltre non potevo andare nelle abbreviazioni tipiche dell’onomastica romana, ma pensavo di esserci andato ragionevolmente vicino.
L’amico o collega del misterioso Sergio, che stava sotto i miei occhi, teneva il cappottone perfino chiuso e non mostrava nessun senso di disagio.
Dopo poco incrociai una giovanissima di bassa statura che visibilmente arrabbiata spingeva un passeggino: sopra, un bambino addormentato, cappottino azzurro, tutina felpata, con la testa dai capelli radi sul castano reclinata e il ciucciotto in bocca.
Ecco, lei era in T-Shirt.
Bianca con sul davanti il disegno di un cactus verde, le spine nere e le ramificazioni cicciotte irregolari.
Accanto a lei arrancava una donna più anziana e rotondetta, dai capelli raccolti, cappotto color cammello sbottonato, con in mano un biberon mezzo pieno di un liquido giallo. Probabilmente camomilla. Indiscutibilmente a sua volta madre della giovane madre. Si stavano scazzando, la madre uno aveva rimpoverato la madre due per qualcosa, probabilmente riguardante il pargolo.
“A’ Mà!”.
Avevo sempre avuto un rapporto stano con le parlate locali, dialettali o vernacolari: non facendo parte del mio bagaglio personale nel modo più assoluto, suscitavano in me reazioni contrastanti. Da un lato ispiravano simpatia, mi facevano pensare a un mondo più semplice e genuino. Dall’altro mi rendevano nervoso perché non sempre riuscivo a capire tutto.
Ma, tornando all’abbigliamento: lasciamo perdere poi i turisti. Una coppia di giovani americani erano in calzoncini cortissimi, con le gambe arrossate: ai piedi solo un paio di infradito. Quelle che loro chiamano  “havaianas”. Che avevo sempre trovato, orrende, disdicevoli e improponibili : per me qualunque calzatura che avesse un aspetto ciabattesco era impraticabile, proprio non ci sapevo camminare. Quindi mi metteva a disagio il solo vederla.
Ma quelli erano turisti. Per loro Roma uguale Italia uguale caldo e stop. E fissavano le loro cartine perplessi, indicavano direzioni nelle quali supponevano avrebbero togato il monumento X o la chiesa Y. Si mossero, infine e le infradito cominciarono a fare un rumore ridicolo, una specie di ciac ciac ciac appiccicoso. Mi venne da ridere.
Mi sentii molto soddisfatto del mio giaccone di pelle nera non troppo pesante e della sottostante camicia di jeans nera. Delle mie Dr. Martens basse nere. Abbigliamento intermedio e consono alla stagione.

La collocazione del laboratorio di Francesca e soci era insospettabile. Proprio al centro di Roma, a pochi minuti di cammino dal Pantheon. Una zona che conoscevo abbastanza bene. Però non avevo mai immaginato potesse esserci una struttura tanto avanzata nascosta tra gli edifici rossastri scrostati apparentemente, in alcuni casi, fatiscenti..
Poco prima, nello spogliatoio mi ero liberato della tuta-pigiama e mi ero rivestito con i miei abiti normalmente tra il grigio e il nero.
Nel mentre cominciavano ad arrivare alcuni colleghi di Francesca per il lavoro diurno. Lei era già scomparsa, sicuramente era andata di filato verso casa a farsi una bella dormita. Facevo fatica a figurarmela dato che non sapevo dove abitasse, che mezzo usasse per spostarsi. Forse a piedi e poi autobus, dato che il centro di Roma ormai era tutto pedonalizzato salvo rigide eccezioni.
La promessa implicita e sottintesa di far finta di niente riguardo quanto accaduto quella mattina alla fine del sogno, naturalmente non valeva per me stesso. Insomma, come facevo a non pensarci? Il pensiero è difficile da controllare, straripa da tutti i fori delle emozioni, dalle maglie della ragione. E’ un’imposizione assurda. Non parlarne si può fare. Non pensarci è fantascienza.
Dirigendomi verso l’uscita, mentre meditavo su questi certamente geniali (eh, figurarsi) e certamente originalissimi (sì, domani) pensieri filosofici del cavolo, avevo incrociato una coppia, uomo e donna in camice, apparentemente indiani, apparentemente di età simile: potevano essere fratello e sorella per quanto si assomigliavano nella loro elegante bellezza per nulla appariscente. Non li avevo mai visti ma mi salutarono per nome: supposi perciò che si stessero occupando del mio materiale. Quindi risposi al saluto con immediato imbarazzo, a mezza voce e con la testa bassa.
All’uscita era ormai operativo il segretario, un uomo con occhiali e una chierica di capelli grigi con l’aria compunta. decisamente professorale, che mi disse
– La dottoressa Colonna ha fissato la prossima seduta per il 26, professor MacEwan. Naturalmente se lei non dovesse essere libero, come al solito ce lo faccia sapere con un minimo di anticipo e la dottoressa fisserà un’altra data.
Rimase a fissarmi compunto. Feci un cenno di assenso, salutai anche lui e mi avviai verso l’uscita.
Un piccolo atrio bianco illuminato a neon: una porta automatica che dava su un cortile sicuramente non vasto ma decisamente ben ristrutturato, con di fronte una nicchia sovrastata da una conchiglia. All’interno una statua di Mercurio con tanto di caduceo. Non so perché ma non mi fece pensare tanto alla medicina quanto all’alchimia.
Solve et Coagula.

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