turris asian, primo paragrafo, terzo frammento.

8 05 2015

TURRIS ASIAN

CHAPTER ONE

(LONG VERSION)

PAR.1, part 5–6

Il mio percorso nel centro della Città Eterna mi condusse a sfiorare -e sicuramente ad assorbire- una quantità spropositata di simboli e scritte.
Api, gigli di Francia, chiavi pontificali, cervi con una croce tra le corna, draghi, putti, sfingi, maschere, mascheroni, fregi, capitelli… Tutto finito probabilmente in qualche sogno, per la gioia dell’intero centro di ricerca, da Francesca agli indian brothers giù giù fino al segretario professorale.
Tra detour vari, tra una digressione e l’altra, giunsi -quasi ubriaco di immagini, come sempre quando tornavo a Roma dopo tanto tempo- nella zona della mia mia destinazione.
Via Margutta è una strana strada proprio nel cuore di Roma, Piazza del Popolo è a pochi passi: un posto stranamente tranquillissimo, quasi silenzioso, ma allo stesso tempo, dal punto di vista teorico, incasinatissmo.
Dubbio l’etimo stesso, tra deliri sulla “goccia di mare” causa torrentello proveniente da monte, nomi di barbieri tristanzuoli, bruttacchioni e obesi o di famiglie ivi residenti once upon a time. Dubbio l’ordine cronologico col quale narrare le cose. Dubbia la conformazione: dopo un tratto brevissimo via Margutta fa una svolta di novanta gradi e prosegue a lungo in parallelo alla via che avrebbe dovuto servire come retrobottega, via del Babuino: quindi una via di servizio, ad ospitare il fabbro il maniscalco, i cavalli con le relative carrozze, ogni genere di artigiano che potesse essere utile a quelli che abitavano i palazzi sulla via elegante.
Gente, quella dei palazzi, che un tempo si sarebbe detta “la classe dominante”. E forse sarebbe ora si dicesse di nuovo. Tanto per prendere atto, almeno.
Tutto un rumoreggiare di martelli, seghe, zoccoli animali, zoccoli di persone, lime, nitriti, voci, richiami, versi di animali di ogni altro genere. Questo doveva essere.
Poi nell’ottocento arriva il pretone di turno -a Roma c’è sempre e c’è sempre stato un pretone di turno- al quale poi verranno intitolati istituti scolastici: il quale si compra tutto, fa bonificare, fa ristrutturare, fa costruire collegi religiosi.
Ed ecco nel tempo la via paradisiaca, fuori dal mondo al centro di Roma. La via che, forse a partire da quegli artigiani dell’origine addirittura medievale, inizia ad ospitare artisti, stranieri, pittori. Ancora, annualmente, nell’era del digitale 3D, si celebrava il rito dell’esposizione, lungo tutta la via, di quadri dipinti, materiali, su supporti fisici. Un rito che metteva insieme artisti di gran talento e imbrattatele imbarazzanti, accomunati dalla appartenenza a qualche associazione o gilda o confraternita ad hoc. Da qualche anno poi la cosa era tornata particolrmente in auge in concomitanza con la moda del vintage e dell’analogico, della “materia” in ogni campo dello scibile umano. La wave anti-ebook movement, le nuove case editrici cartacee, il rifiorire delle grafiche di copertina un po’ Art Nuveau, un po’ costruttiviste, le macchine fotografiche analogiche, gli artigiani che producono strane pellicole per le medesime.
Ma tra queste considerazioni cronachistiche mi tornavano alla mente come flash le suggestioni storiche, mitiche e immaginarie. La strada percorsa dai passi piatti, leggeri ed ed eleganti di Audrey Hepburn e di tanti altri fantasmi artistici o cinematografici, compresa la bianca Lucia, la donna col candelabro che mi mostrò nel buio dell’infanzia mia nonna materna, perché lei proprio nell’infanzia l’aveva conosciuta: modella immaginaria dell’altrettanto immaginario pittore Tagliaferri, spirito esercitante la propria attività fantasmatica in via Margutta al numero 33. A che piano, non ricordavo. Non sapevo.

In questo tripudio di suggestioni ipnagogiche, significati, riferimenti, icone inossidabili, misteri veri o immaginari, la via Margutta, dopo il suo tragitto parallelo alla strada principale faceva un’altra svolta a novanta gradi a ricongiungersi: come a completare tre lati di un rettangolo, dei quali due cortissimi e uno molto lungo.
Per facilitare le cose, per ragioni poco logiche, in questo terzo lato breve cambia nome: quindi sostanzialmente la via Margutta finisce nel nulla, finisce sulla facciata di un palazzo di quella che per motivi in apparenza misteriosi -ma certamente ben noti a filologi, topografi, storici del tessuto urbano- invece di completare la via stessa, si chiama inaspettatamente via Alibert.
Eh, il povero Giacomo d’Alibert, nato in Francia, costruttore di teatri e di pallacordodromi, in un intrico e forse intrigo di parentele e conoscenze internazionali regali, dagli Orléans ai Savoia a Cristina di Svezia (che a Roma non manca mai, lei, specie dove c’è qualche mistero). Nel settecento il figlio di Giacomo aveva piazzato un teatro anche lì, proprio in via Margutta: dovevano pur ficcarli, Giacomo e Antonio, toponomasticamente da qualche parte. E con l’uso del solo cognome, si erano presi due piccioni , due Alibert con una fava. Magari anche tre, teatro compreso.
Così la via col nome del (forse) semplice barbiere popolano e grezzo, comunque si doveva inevitabilmente schiantare contro qualche nobile: solo conte, ma amico di regnanti e cardinali potenti.
Vabbè, alla fine il barbieraccio la nomina quasi tutta e vince la partita.

Avevo scelto che il mio albergo fosse lì. Per tutti quei motivi e forse anche per altri. Già troppi luoghi di Roma erano bruciati per altre mie storie.
La luce era ancora stupefacente e scolpiva con precisione di marmista scalpellino ogni minima forma che incontravo. Ma nell’atrio dominava una fresca penombra.
Percorsi la rampa di ingresso in salita verso quello che un tempo era stato un collegio. Il sito dell’albergo non ne specificava il nome, se maschile o femminile: non si sapeva né come né quando lo fosse stato: supponevo nel periodo post-pretone intrapreneur e speculatore.
Sulle pareti di marmo grigio scorreva l’acqua con un effetto molto rilassante.
Il consierge fece finta di non vedermi, ma solo finta. E se anche non mi avesse visto per davvero, comunque sarei stato già puntato dalle microcamere di vigilanza piazzate discretamente per ogni dove. Ma ben identificabili a uno sguardo esperto. Se non fossi stato un cliente riconosciuto dai software di identificazione facciale e corporea, avrei avuto qualche agente della sicurezza addosso dopo pochi secondi.

(Sono 976 parole: nella versione precedente erano 33)


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