quincy jones

2 03 2016

Ormai la mia memoria ha reazioni strane, stranissime, che Freud si divertirebbe molto, ma anche Proust.
Tutto parte qualche sera fa quando apprendo che Ennio Morricone ha vinto l’Oscar ed è stato premiato da Quincy Jones, abbracci e baci.
Allora scatta la memoria.
Trent’anni fa, ormai, sempre ai tempi del servizio militare, ma un po’ prima del Tenente Medico, frequentai a Maddaloni la Scuola di Commissariato e Amministrazione Militare per tre mesi.
Lì fui commilitone di un ragazzo che si chiamava di cognome Quinci.
Eravamo in tre, dalla provincia di Alessandria: Lui Quinci, Giorgio T. e io.
Avevo preso (io che davo sempre soprannomi, fino a una certa età) a chiamare questo ragazzo Quinci “Quincy Jones”. Cosa che aveva preso abbastanza piede tra i commilitoni.
Stavamo in camerata insieme, andavamo a cena insieme in un locale semisotterraneo che si chiamava molto appropriatamente “Il Grottino” con le pareti bianche a schizzi di gesso: piatto forte la carbonara.
E guardie alla Reggia di Caserta con ispezioni notturne che io (in quanto “integerrimo”) effettuavo davvero (quasi tutti gli altri no), e non posso dimenticare lo scalone della Reggia alla luce spot della lampada di ordinanza, che non illuminava praticamente nulla. Un fascio di luce che in quegli spazi enormi rendeva ancora più inquietante la situazione. Sapevi che vedevi nello spot, ma intorno, il buio restava impenetrabile.
Ora, disgraziatamente in questa epoca di social ti viene quasi immediato, quando ti appaiono dal nulla ricordi del genere, andare a cercare Quincy Jones in internet, e in particolare su Facebook.
Non ricordo il nome di battesimo (si parla di trent’anni fa). Quindi cerco Quinci. Compaiono molte donne ma nulla di rilevante. Devo fare “cerca altro” per trovarlo finalmente. Quinci, Massimo. Eh sì. Massimo. Vedo la foto di copertina, è lui. Un po’ appesantito come tutti ma è lui.
Leggo i post dall’alto e sono tutti di altre persone che hanno scritto sul suo diario.
Scorro e tra i “ciao Massimo” e le frasi smozzicate tra le quali un “non ci posso credere sono addolorato” o qualcosa di simile che non ho memorizzato capisco.
Quincy Jones è morto.
Massimo Quinci, che aveva cinque anni meno di me, è morto. E chissà da quanto.
Sapere come e perché è irrilevante.
Allora appare chiaro: mio padre ma poi  Umberto Eco, Maria Laura Giulietti e gli altri che si affastellano in questo periodo sono gli anelli di una catena destinata a infittirsi e con la quale non sono prono a convivere. Non sono maturo. Non sono un buon cattolico.
Con morte cimiteri funerali teschi e cripte ho sempre avuto un pessimo rapporto.
Anche adesso quando vado (quelle poche volte) a vedere mio padre sto veramente male e non lo posso nemmeno manifestare.
La terra ti sia lieve, Massimo.
Non sono andato a cercare Giorgio T.


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One response

10 04 2016
giusymar

Vero.
Da pugno nello stomaco.

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