eccesso di empatia

30 08 2016

Devo iniziare da lontano.
Ho avuto sempre -mio malgrado- una sensibilità fuori dal comune. Eccessiva e ingestibile. Una forma di fragliità. Che per un maschio non è esattamente un vantaggio.
Quando ero solo un bambino di pochi anni, un giorno una parente mi portò (coi miei genitori) a far visita a una bambina paraplegica. Era sulla sedia a rotelle. Me la ricordo ancora, cioè non mi ricordo dove fosse, chi fosse la parente, però ricordo ancora bene la stanza (che nella memoria è molto grande).
Scambiai alcune parole con la bambina che era bruna, graziosa e sorridente, intelligente e simpatica: poi inizia a sentirmi strano, mi fischiavano le orecchie, mi si oscurò la vista.
Ero svenuto. MI rianimarono, mi fecero aria e le solite cose. Ho spesso ripensato a quell’episodio e quel che non mi perdono ancora è come avrò fatto sentire quella bambina.
Uno che ti sviene davanti perché sei sulla sedia a rotelle.
Successivamente mio padre, che mi portava spessissimo con sé al cinema (ha sempre fatto cose importanti per me, era un amico oltre che un padre) dovette fare i conti con questa mia iperempatia anche infondata.
Quando nei primi settanta cominciarono a circolare film più cruenti di un tempo, nei quali i registi si compiacevano a girare con effetti sanguinari da grand guignol, mani mozzate e cose simili mi capitò almeno un paio di volte di svenire mentre guardavo un film, di essere trasportato nell’atrio del cinema con un paio di persone intorno a preoccuparsi, a fare vento.

Nel lavoro, nei passati vent’anni, mi è capitato di dover fare cose abbastanza poco tranquillizzanti, tipo volare per un’ora su una mongolfiera. Ma fin da quando facevo il giornalista per piccole testate che più locali non si può ho sempre cercato, per via di quel che ormai sapete, di evitare situazioni troppo stressanti dal punto di vista emotivo.

Veniamo ai nostri giorni.
Il programma per il quale lavoro un tempo non si occupava mai di cronaca, ma adesso sì.
Avevo chiesto alla produzione di tenermi a distanza dalla questione terremoto, però non è stato possibile perché “non abbiamo abbastanza registi”.
Cosa alla quale credo poco, diversi colleghi erano in sede, ma tant’è.
E insomma, dopo aver pianto davanti ai telegiornali per un paio di giorni sono stato mandato a dirigere una troupe “zainetto” (una camera dotata di un apparato di trasmissione leggero che si collega in diretta al programma) ad Ascoli, per i funerali.
Non ho praticamente dormito tutta la notte, la mattina alle sette appuntamento con un autore molto brillante e determinato e una inviata veramente in gamba. Un minuto prima della partenza con una macchina Rai arriva la capo autrice che ci saluta e mi dice: “Vai tu? Bene!”. Io apprezzo, poi ci scatta una foto e ci saluta sorridendo. Sorrido anche io. Non voglio che percepisca le mie paure. Tutto il tempo sono pervaso dal timore che i colleghi mi prendano per una femminuccia, se rivelo la mia debolezza.
E si va. L’autista è una signora gentilissima che guida al contempo con scioltezza e prudenza.
L’inviata, giovane bella donna, passa tutto il viaggio in auto a documentarsi e studiare. Posso assicurare che NON è la norma. Quindi apprezzo davvero.
L ‘autore ci spiega la sua visione filosofica del lavoro e sempre più mi rendo conto del perché io non abbia mai fatto carriera. Non ho abbastanza grinta né convinzione. Ora non è questo racconto il luogo per filosofeggiare su simili tematiche. Quindi glissiamo.
Una sosta per mangiare qualcosa -staremo digiuni fino al ritorno alle cinque del pomeriggio.
Passiamo lungo la Salaria SOTTO i luoghi del sisma, sui cartelli stradali si susseguono i nomi dei posti che ormai sappiamo a memoria: si vedono alcune piccole tendopoli.
Mi pare un film, come se non fossi davvero lì.
Alla fine arriviamo. L’autore con fare spiccio e autoritario mi chiede di chiamare il responsabile della squadra Rai già presente sul posto con un camion regia.
Mi pare mi stia trattando come una specie di segretario, e questa impressione si ripeterà altre volte.
All’esterno della palestra in cima a una salita dove resto indietro per via del mio problema al ginocchio, identifico la mia troupe col famigerato zainetto.
Due ragazzi molto giovani ed estremamente efficaci, tranquilli e disponibili. Come quasi sempre sono le troupe in appalto, non interne Rai.
L’autore e l’inviata invece parlano da subito col produttore esecutivo della squadra,  quello al quale avevo telefonato: un signore efficientissimo e gentilissimo, parla con la calma di che ne ha viste tante. Magro, viso scavato, capelli bianchi e occhiali.
Li raggiungo in tempo per sentire che il produttore, che indossa una polo di spugna beige, si chiede per quale motivo ci sia la mia troupe, dato che c’è il suo mezzo… A che serve?
Mette in campo una specie di “ghe pensi mi” ma quieto, con pacatezza centroitalica, senza spocchia meneghina.
Il mio imbarazzo cresce, soprattutto perché autore e inviata si dileguano al seguito del signore in polo beige. Io resto come un idiota con la mia troupe, che vorrebbe giustamente delucidazioni su quel che dobbiamo fare. Al momento, con la piega che hanno preso le cose, mi verrebbe da rispondere: NULLA.
Chiamo al cellulare l’autore, che per due volte mi dà indicazioni sbagliate su dove siano finiti.
Nel frattempo, nel tentativo di individuarli, mi trovo accanto alle bare dietro le transenne, ma le vedo appena; la mia prima preoccupazione è quella di capire dove sono finiti i colleghi. E qui in background nel mio cervello si attiva già un misto di spaesamento e di vergogna per quel mio comportamento. Sono accanto a persone morte tragicamente, a parenti che piangono disperati e io sono tutto preso dalla ricerca di quei tre. Anestetizzato. Perché penso con pochezza a cosa possano dire i colleghi di me. Questa sensazione è strana perché di quella giornata il momento appena descritto è quello che ricordo meglio.
Alla terza telefonata l’autore riesce a dire in maniera comprensibile dove si trovino: -in-fondo-alla-palestra, sarebbe bastate queste quattro parole, ma ci sono volute tre telefonate- e li raggiungo.
In pratica stanno davanti a una telecamera su cavalletto con un operatore Rai piccoletto occhialuto  e gentilissimo anche con gli spesso odiati “esterni”, che saremmo poi io e miei.
I miei sono ancora fuori. Apprendo, ma senza sorpresa, che il primo collegamento non lo farò io, ma la squadra del produttore in polo beige: e si presume anche quelli successivi, dalle dichiarazioni precedenti del produttore.
Mi sento davvero fuori posto: nessuno mi guarda neanche in faccia, anzi, l’unico umano è  l’operatore al cavalletto: l’unica cosa che posso fare è andare a recuperare i miei.
Ci piazziamo sul fondo della palestra: “pronti a intervenire in caso di necessità”, dico.

Il primo collegamento va.
La nostra inviata però si deve alternare con un azzimatissimo ancorché pelatissimo  giornalista del TG. Ben presto si capisce che la camera del mezzo pesante che abbiamo appena usato serve a troppe persone.

Improvvisamente noi dello zainetto torniamo nell’interesse dell’autore. Strana la vita, eh.
Faremo noi i successivi collegamenti, tra l’altro meglio: non per altro ma perché siamo andati a spalla, quindi l’operatore poteva ruotare davanti alle persone e seguirle senza dover fare per forza il loro profilo. L’operatore, Simone, si offre lui di fare a spalla.
E’ una cosa molto più faticosa come è facile immaginare.
Ripensandoci, devo mandargli un messaggio per ringraziarlo.

Lo zainetto funziona in un modo buffo. Il regista non sente nulla di quello che accade dallo studio, solo l’inviata sente. Il regista (in questo caso io) praticamente quando l’inviata comincia a parlare sa che si è in diretta: allora si mette come un gufetto accanto alla spalla dell’operatore, guarda il monitor e gli bisbiglia cose tipo “stringi”, “allarga”, “vai a due”.

I momenti emotivamente peggiori non sono ovviamente quelli in cui sono impegnato con la diretta.
Sono gli altri, durante la funzione religiosa, quando ho il tempo di guardarmi intorno e vedere persone che piangono quasi senza farsene accorgere, come come quel signore brizzolato, più o meno mio coetaneo in giacca marrone a grossi scacchi, che se ne sta in piedi accanto all’uscita, praticamente di fianco alla nostra camera (quando non giriamo).
E poi barelle che si muovono, giovani che si abbracciano commossi, altri giovani che si muovono senza espressione aiutati da un paio di stampelle.
Intorno, la frenetica attività di scout in uniforme che distribuiscono bottigliette d’acqua.
In quei momenti -per fortuna se ne accorge probabilmente solo il mio operatore, ma forse nemmeno lui- anche a me rotolano un tot di lacrime, ma riesco a trattenermi abbastanza.
Verso la fine della funzione l’autore, che compulsa il suo cellulare, mi molla la sua bottiglietta d’acqua (la sindrome segretario si riprospetta) chiedendomi scusa.
Dopo dieci minuti se ne è scordato e io glie la mollo per terra.
L’inviata si sposta qua e là, ogni tanto si mette con una bella voce a partecipare cantando qualche inno che evidentemente conosce alla perfezione.

Alla fine della messa, l’autore è tutto agitato, vuol fare qualcosa di più.
Ci muoviamo verso lo schieramento di autorità: Renzi, Signora Renzi, Laura Boldrini, David Sassoli… Mattarella non c’è già più. Stranamente questi personaggi stanno fermi per parecchi minuti, non si sa bene perché. Forse aspettano che si avvicinino le loro auto.
Renzi è alto. Non me l’aspettavo così.
Insomma siamo in primissima linea, a non più di due metri da loro. Ci sono un paio di altre troupe con camerine quasi giocattolo e microfoni con loghi assurdi, ma noi siamo i meglio posizionati. Prima la nostra inviata; a ridosso l’operatore; io e l’assistente a proteggere le spalle da spintonamenti e pressioni. Insomma il tipo di situazione che ho sempre odiato anche quando c’era da carpire invece una dichiarazione a una Maniuela Di Centa appena medagliata in una situazione molto più allegra e serena.
Da scaletta dopo un flash la linea dovrebbe tornare a noi.
Invece no. Sappiamo che dalla regia vedono dove siamo, ma la linea non ci viene passata. Teniamo la posizione ma cominciamo a non capire più cosa stia succedendo. Alla nostra inviata basterebbe allungare il microfono e presentarsi per avere una dichiarazione del Presidente del Consiglio. Ma niente. Niente linea. Simone sale su una sedia per far vedere meglio la nostra posizione. Niente. Poco a poco le autorità se ne vanno con i loro body guard, tutti uguali, tutti rasati a zero e con l’auricolare che spunta da dietro il collo e finisce in un orecchio tipo film americano.
L’occasione è persa.
Mentre continua la tragedia dei parenti delle vittime accanto alle bare (vedrò bene paradossalmente tempo dopo in un servizio: mentre sono lì vedo solo a un palmo dal mio naso) noi ci sediamo delusi sulle sedie abbandonate dalle autorità. Io scientemente mi siedo sulla scritta “Renzi”. Dove c’è la scritta “Signora Renzi” c’è un fazzolettino di carta appallottolato.
Tante polemiche inutili leggerò poi sul suo pianto.

L’inviata nel frattempo incontra una persona che conosce: uno scout adulto grand e gros. Abbracci e baci. Veniamo a sapere che gli scout hanno avuto il delicatissimo compito di assistere durante la veglia i parenti delle vittime nella palestra. Immagino ci fossero anche degli psicologi, ma è una notizia.
Così quando lo studio finalmente ci restituisce la linea per pochi minuti facciamo parlare lui, lo scoutone, a proposito di questo loro delicatissimo impegno.

E’ andata.
Su sei collegamenti ne abbiamo fatti cinque con lo zainetto.
La giornata me la sono guadagnata.
Ma soprattutto -obiettivamente grazie alla nostra inviata- non abbiamo speculato, non abbiamo fatto tv del dolore, solo informazione.
Baudrillard sarebbe stato abbastanza contento di noi.
E tutto sommato anche io sono stato sollevato per come ho retto, alla fine.
La verità che mi è apparsa lancinante è comunque che quando lavori all’informazione vivi automaticamente in una bolla di desensibilizzante miopia.
Forse è solo così che i professionisti possono reggere.
Io dal canto mio spero non mi capitino a lavori simili in tempi brevi.
La cronaca delle tragedie non fa per me, alla fine mi sento pure in colpa perché non sono stato abbastanza empatico, troppo concentrato sulla fatidica formula televisiva “portare a casa il lavoro”.


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2 responses

31 08 2016
aitanblog

È un testo molto interessante.
Spesso i professionisti dell’informazione ci appaiono come inumani.
Ma di mezzo c’è uno schermo.
In ogni senso.

Liked by 1 persona

2 09 2016
williamnessuno

Gaetano, alla fine quello che mi pare di aver capito dopo oltre la metà della mia vita è he quel che conta è la persona, al di sopra di tutto. È per questo che quando qualcuno mi parla di un personaggio che ho appurato personalmente essere una resta di cavolo e mi dice “sì però è un bravissimo questo o quell’altro” (professione/arte e via di seguito) resto comunque perplesso e non riesco ad amarlo fino in fondo, il suddetto personaggio.
Limite mio, eh!

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