raccomandazioni materne

30 06 2017

Chiusura della telefonata con mia madre di poco fa:

“.. e mi raccomando, stai tranquillo, non ti stressare…. di salute stai bene, il lavoro ce l’hai… e facciamo cadere Renzi!”

Annunci




storiaegggeografia

29 06 2017

La tizia ventenne in pantaloncini canottiera e scarpe da ginnastica mentre compulsa lo smartphone al tizio ventenne che siede di fronte a lei allo stesso tavolino di Typo, il bar del MAXXI:

– dov’è Massacarrara?-

Lui pensandoci qualche secondo mentre sorseggia qualcosa ricoperta di ghiaccio:

– non lo so.-

Pensa se si fosse trattato di Codroipo.





non mi allineo

30 05 2017

In questi giorni va molto di moda prendere le difese di Flavio Insinna.

La motivazione “perché quelli di striscia sono degli sciacalli” la condivido.

La motivazione che lui sarebbe sempre una persona così carina ed educata, non so. 

Perché non lo conosco.

Dico solo che facendo questo mestiere televisivo (regista e autore) ho conosciuto persone adorate dal pubblico perché  “così simpatiche” che coi collaboratori erano delle iene, sgarbate e aggressive. Potrei fare dei nomi ma non li faccio. 

Non insinuo che sia anche il caso di Insinna, ho già detto che non lo conosco.

Molti sono convinti che la sua sfuriata anche volgare nei confronti di alcuni concorrenti  e chi li avrebbe scelti sia stata un caso estremo, una faccenda una tantum. Io non mi sento di esserne certo.

E penso che se qualcuno ha registrato una situazione simile potrebbe esserci essere stato un motivo.

Che Ricci e i suoi siano dei pirati poi è un altro discorso. L’ho sempre saputo. Sperimentato sulla mia pelle.





momenti rimarchevoli al salone del libro

22 05 2017

Siamo stati sabato 20 a girare al Salone del Libro per “Il Caffè di RaiUno” con la splendida, bravissima collega Barbara Tomasino.
I momenti topici della giornata. Per me, naturalmente.
Visione estremamente soggettiva, in ordine cronologico
1) appena entrati tra un mare di gente incrocio Loredana Lipperini, “Ciao Will!” mi dice, al volo ci salutiamo e scambiamo due baci. Non la rivedrò più per tutto il giorno, purtroppo.
2) Il mio operatore si chama Andrea ed è  mio conterraneo, di Casale Monferrato. Un ragazzone colossale (corporatura adatta a portarsi una telecamera addosso tutto il giorno…) barbuto, col quale ci capiamo subito.
C’è un momento nel quale stiamo facendo delle riprese in uno spazio enorme allestito a libreria per bambini. Perdo Barbara di vista e quando la rivediamo mi rivolgo ai colleghi (senza nemmeno pensarci); ” ‘nduma!”
Andrea dice “che bello sentir dire ‘nduma!”.
Lo so che per la maggior parte di chi legge questo fatto non significherà nulla, ma a me ha reso felice.
3) Persi di vista per l’ennesima volta sia Barbara che Andrea (sì, lo ammetto, il mestiere di regista consiste soprattutto nel tenere sott’occhio i colleghi della troupe… Per il resto non serve a una beata mazza! hahaha!) corro affannosamente nella direzione che hanno preso tutti quanti e sento chiamare all’improvviso “William! William!”.
O caspita, William sono io!
Mi giro e vedo lo stand di d editore, com Emmanuele e Massimiliano.
Eh sì, io sono Will (al massimo J) per le cose che contano.
Per tutto il resto c’è Beppe. (Facebook, anatema su di te!)
Mi fermo e compro un coloratissimo libro per bambini, “Il coccodrillo che voleva essere drago” che mi era piaciuto fin dal crowfunding per la pubblicazione, oltre a “La specie artificiale”, che tratta temi molto interessanti dal punto di vista di Lorenzo MacEwan.
I lati insoddisfacenti della giornata sono che non sono assolutamente riuscito a incontrare altri amici autori, come Alessandro Del Gaudio o Milvia Comastri.
Ma quando si trotta per lavoro, di solito è così.
Bisogna accontentarsi.
Un successo, il Salone del Libro di quest’anno: molti di noi hanno sogghignato vedendo le velleità di Milano scornarsi contro una realtà così potente.
Come direbbe un personaggio della saga dei Peanuts: “Cicca! Cicca! Cicca!”
Anatema anche sullo stand della Bompiani con degli addetti alle vendite del tutto impreparati che non mi hanno saputo indicare il romanzo di Nanni Delbecchi che sto cercando da un po’.
E anche quest’anno è andata.
Alleluja sorelle e fratelli, alleluja.

2017-05-20 16.38.522017-05-20 13.07.08





cyberpunk all’incontrario

8 02 2017

Un vecchio strano disco dello strano Billy Idol ha un’intro il cui testo dice tra le altre cose “The Future has imploded into the Present…”.
Per me in qesto periodo sembrebbe valere esattamente il contrattio.
“The Past has imploded into the Present.”
Eh sì perché negli ultimi giorni oltre ad aver ritrovato su FB Enrica, un’amica dei tempi in cui lavoravo a Mediaset come autore, domani mi capiterà di ri-inconrare e addiritura di lavorare nei prossimi giorni con un’istituzione ricorrente del mio percorso professionale: Lino Zani.
Guida alpina, organizzatore di eventi e spedizioni polari, consulente per i media. Come mi ha detto lui stesso quando gli ho parlato al telefono dopo vent’anni: “il numero uno”.
La conoscenza e la collaborazione con Lino risale addirittura ai tempi di Telemontecarlo . Per gli amici, TMC. Fine anni ottanta inizio novanta.
Il programma Pianeta Neve, e poi Alpirod. Una bellissima gara di Cani da Slitta lungol’arco alpino. Questo video riguarda proprio l’edizione da me seguita. Mi sono emozionato vedendolo, scandendo i nomi di tutti i musher che ormai dopo quelle settimane sono figure indelebili dai miei ricordi. Molti al tempo li ho fotoragrafati, ritratti coi loro cani.
E poi, con Lino, a Mediaset il programma Mappamondo, col quale abbiamo girato posti meravigliosi: Cuba, Bali, Uzbekistan … In qualche modo senza la sua organizzazione non ci sarei mai stato in vita mia.
Lì ero autore, scrivevo i testi sul posto per una conduttrice che… Lasciamo stare.

Venerdi devo girare un servizio con in Val Gardena: l’impatto emotivo sarà forte.
Ancora più forte sarà l’impatto con gli sci che non uso da vent’anni…
Che il cielo me la mandi buona.





eccesso di empatia

30 08 2016

Devo iniziare da lontano.
Ho avuto sempre -mio malgrado- una sensibilità fuori dal comune. Eccessiva e ingestibile. Una forma di fragliità. Che per un maschio non è esattamente un vantaggio.
Quando ero solo un bambino di pochi anni, un giorno una parente mi portò (coi miei genitori) a far visita a una bambina paraplegica. Era sulla sedia a rotelle. Me la ricordo ancora, cioè non mi ricordo dove fosse, chi fosse la parente, però ricordo ancora bene la stanza (che nella memoria è molto grande).
Scambiai alcune parole con la bambina che era bruna, graziosa e sorridente, intelligente e simpatica: poi inizia a sentirmi strano, mi fischiavano le orecchie, mi si oscurò la vista.
Ero svenuto. MI rianimarono, mi fecero aria e le solite cose. Ho spesso ripensato a quell’episodio e quel che non mi perdono ancora è come avrò fatto sentire quella bambina.
Uno che ti sviene davanti perché sei sulla sedia a rotelle.
Successivamente mio padre, che mi portava spessissimo con sé al cinema (ha sempre fatto cose importanti per me, era un amico oltre che un padre) dovette fare i conti con questa mia iperempatia anche infondata.
Quando nei primi settanta cominciarono a circolare film più cruenti di un tempo, nei quali i registi si compiacevano a girare con effetti sanguinari da grand guignol, mani mozzate e cose simili mi capitò almeno un paio di volte di svenire mentre guardavo un film, di essere trasportato nell’atrio del cinema con un paio di persone intorno a preoccuparsi, a fare vento.

Nel lavoro, nei passati vent’anni, mi è capitato di dover fare cose abbastanza poco tranquillizzanti, tipo volare per un’ora su una mongolfiera. Ma fin da quando facevo il giornalista per piccole testate che più locali non si può ho sempre cercato, per via di quel che ormai sapete, di evitare situazioni troppo stressanti dal punto di vista emotivo.

Veniamo ai nostri giorni.
Il programma per il quale lavoro un tempo non si occupava mai di cronaca, ma adesso sì.
Avevo chiesto alla produzione di tenermi a distanza dalla questione terremoto, però non è stato possibile perché “non abbiamo abbastanza registi”.
Cosa alla quale credo poco, diversi colleghi erano in sede, ma tant’è.
E insomma, dopo aver pianto davanti ai telegiornali per un paio di giorni sono stato mandato a dirigere una troupe “zainetto” (una camera dotata di un apparato di trasmissione leggero che si collega in diretta al programma) ad Ascoli, per i funerali.
Non ho praticamente dormito tutta la notte, la mattina alle sette appuntamento con un autore molto brillante e determinato e una inviata veramente in gamba. Un minuto prima della partenza con una macchina Rai arriva la capo autrice che ci saluta e mi dice: “Vai tu? Bene!”. Io apprezzo, poi ci scatta una foto e ci saluta sorridendo. Sorrido anche io. Non voglio che percepisca le mie paure. Tutto il tempo sono pervaso dal timore che i colleghi mi prendano per una femminuccia, se rivelo la mia debolezza.
E si va. L’autista è una signora gentilissima che guida al contempo con scioltezza e prudenza.
L’inviata, giovane bella donna, passa tutto il viaggio in auto a documentarsi e studiare. Posso assicurare che NON è la norma. Quindi apprezzo davvero.
L ‘autore ci spiega la sua visione filosofica del lavoro e sempre più mi rendo conto del perché io non abbia mai fatto carriera. Non ho abbastanza grinta né convinzione. Ora non è questo racconto il luogo per filosofeggiare su simili tematiche. Quindi glissiamo.
Una sosta per mangiare qualcosa -staremo digiuni fino al ritorno alle cinque del pomeriggio.
Passiamo lungo la Salaria SOTTO i luoghi del sisma, sui cartelli stradali si susseguono i nomi dei posti che ormai sappiamo a memoria: si vedono alcune piccole tendopoli.
Mi pare un film, come se non fossi davvero lì.
Alla fine arriviamo. L’autore con fare spiccio e autoritario mi chiede di chiamare il responsabile della squadra Rai già presente sul posto con un camion regia.
Mi pare mi stia trattando come una specie di segretario, e questa impressione si ripeterà altre volte.
All’esterno della palestra in cima a una salita dove resto indietro per via del mio problema al ginocchio, identifico la mia troupe col famigerato zainetto.
Due ragazzi molto giovani ed estremamente efficaci, tranquilli e disponibili. Come quasi sempre sono le troupe in appalto, non interne Rai.
L’autore e l’inviata invece parlano da subito col produttore esecutivo della squadra,  quello al quale avevo telefonato: un signore efficientissimo e gentilissimo, parla con la calma di che ne ha viste tante. Magro, viso scavato, capelli bianchi e occhiali.
Li raggiungo in tempo per sentire che il produttore, che indossa una polo di spugna beige, si chiede per quale motivo ci sia la mia troupe, dato che c’è il suo mezzo… A che serve?
Mette in campo una specie di “ghe pensi mi” ma quieto, con pacatezza centroitalica, senza spocchia meneghina.
Il mio imbarazzo cresce, soprattutto perché autore e inviata si dileguano al seguito del signore in polo beige. Io resto come un idiota con la mia troupe, che vorrebbe giustamente delucidazioni su quel che dobbiamo fare. Al momento, con la piega che hanno preso le cose, mi verrebbe da rispondere: NULLA.
Chiamo al cellulare l’autore, che per due volte mi dà indicazioni sbagliate su dove siano finiti.
Nel frattempo, nel tentativo di individuarli, mi trovo accanto alle bare dietro le transenne, ma le vedo appena; la mia prima preoccupazione è quella di capire dove sono finiti i colleghi. E qui in background nel mio cervello si attiva già un misto di spaesamento e di vergogna per quel mio comportamento. Sono accanto a persone morte tragicamente, a parenti che piangono disperati e io sono tutto preso dalla ricerca di quei tre. Anestetizzato. Perché penso con pochezza a cosa possano dire i colleghi di me. Questa sensazione è strana perché di quella giornata il momento appena descritto è quello che ricordo meglio.
Alla terza telefonata l’autore riesce a dire in maniera comprensibile dove si trovino: -in-fondo-alla-palestra, sarebbe bastate queste quattro parole, ma ci sono volute tre telefonate- e li raggiungo.
In pratica stanno davanti a una telecamera su cavalletto con un operatore Rai piccoletto occhialuto  e gentilissimo anche con gli spesso odiati “esterni”, che saremmo poi io e miei.
I miei sono ancora fuori. Apprendo, ma senza sorpresa, che il primo collegamento non lo farò io, ma la squadra del produttore in polo beige: e si presume anche quelli successivi, dalle dichiarazioni precedenti del produttore.
Mi sento davvero fuori posto: nessuno mi guarda neanche in faccia, anzi, l’unico umano è  l’operatore al cavalletto: l’unica cosa che posso fare è andare a recuperare i miei.
Ci piazziamo sul fondo della palestra: “pronti a intervenire in caso di necessità”, dico.

Il primo collegamento va.
La nostra inviata però si deve alternare con un azzimatissimo ancorché pelatissimo  giornalista del TG. Ben presto si capisce che la camera del mezzo pesante che abbiamo appena usato serve a troppe persone.

Improvvisamente noi dello zainetto torniamo nell’interesse dell’autore. Strana la vita, eh.
Faremo noi i successivi collegamenti, tra l’altro meglio: non per altro ma perché siamo andati a spalla, quindi l’operatore poteva ruotare davanti alle persone e seguirle senza dover fare per forza il loro profilo. L’operatore, Simone, si offre lui di fare a spalla.
E’ una cosa molto più faticosa come è facile immaginare.
Ripensandoci, devo mandargli un messaggio per ringraziarlo.

Lo zainetto funziona in un modo buffo. Il regista non sente nulla di quello che accade dallo studio, solo l’inviata sente. Il regista (in questo caso io) praticamente quando l’inviata comincia a parlare sa che si è in diretta: allora si mette come un gufetto accanto alla spalla dell’operatore, guarda il monitor e gli bisbiglia cose tipo “stringi”, “allarga”, “vai a due”.

I momenti emotivamente peggiori non sono ovviamente quelli in cui sono impegnato con la diretta.
Sono gli altri, durante la funzione religiosa, quando ho il tempo di guardarmi intorno e vedere persone che piangono quasi senza farsene accorgere, come come quel signore brizzolato, più o meno mio coetaneo in giacca marrone a grossi scacchi, che se ne sta in piedi accanto all’uscita, praticamente di fianco alla nostra camera (quando non giriamo).
E poi barelle che si muovono, giovani che si abbracciano commossi, altri giovani che si muovono senza espressione aiutati da un paio di stampelle.
Intorno, la frenetica attività di scout in uniforme che distribuiscono bottigliette d’acqua.
In quei momenti -per fortuna se ne accorge probabilmente solo il mio operatore, ma forse nemmeno lui- anche a me rotolano un tot di lacrime, ma riesco a trattenermi abbastanza.
Verso la fine della funzione l’autore, che compulsa il suo cellulare, mi molla la sua bottiglietta d’acqua (la sindrome segretario si riprospetta) chiedendomi scusa.
Dopo dieci minuti se ne è scordato e io glie la mollo per terra.
L’inviata si sposta qua e là, ogni tanto si mette con una bella voce a partecipare cantando qualche inno che evidentemente conosce alla perfezione.

Alla fine della messa, l’autore è tutto agitato, vuol fare qualcosa di più.
Ci muoviamo verso lo schieramento di autorità: Renzi, Signora Renzi, Laura Boldrini, David Sassoli… Mattarella non c’è già più. Stranamente questi personaggi stanno fermi per parecchi minuti, non si sa bene perché. Forse aspettano che si avvicinino le loro auto.
Renzi è alto. Non me l’aspettavo così.
Insomma siamo in primissima linea, a non più di due metri da loro. Ci sono un paio di altre troupe con camerine quasi giocattolo e microfoni con loghi assurdi, ma noi siamo i meglio posizionati. Prima la nostra inviata; a ridosso l’operatore; io e l’assistente a proteggere le spalle da spintonamenti e pressioni. Insomma il tipo di situazione che ho sempre odiato anche quando c’era da carpire invece una dichiarazione a una Maniuela Di Centa appena medagliata in una situazione molto più allegra e serena.
Da scaletta dopo un flash la linea dovrebbe tornare a noi.
Invece no. Sappiamo che dalla regia vedono dove siamo, ma la linea non ci viene passata. Teniamo la posizione ma cominciamo a non capire più cosa stia succedendo. Alla nostra inviata basterebbe allungare il microfono e presentarsi per avere una dichiarazione del Presidente del Consiglio. Ma niente. Niente linea. Simone sale su una sedia per far vedere meglio la nostra posizione. Niente. Poco a poco le autorità se ne vanno con i loro body guard, tutti uguali, tutti rasati a zero e con l’auricolare che spunta da dietro il collo e finisce in un orecchio tipo film americano.
L’occasione è persa.
Mentre continua la tragedia dei parenti delle vittime accanto alle bare (vedrò bene paradossalmente tempo dopo in un servizio: mentre sono lì vedo solo a un palmo dal mio naso) noi ci sediamo delusi sulle sedie abbandonate dalle autorità. Io scientemente mi siedo sulla scritta “Renzi”. Dove c’è la scritta “Signora Renzi” c’è un fazzolettino di carta appallottolato.
Tante polemiche inutili leggerò poi sul suo pianto.

L’inviata nel frattempo incontra una persona che conosce: uno scout adulto grand e gros. Abbracci e baci. Veniamo a sapere che gli scout hanno avuto il delicatissimo compito di assistere durante la veglia i parenti delle vittime nella palestra. Immagino ci fossero anche degli psicologi, ma è una notizia.
Così quando lo studio finalmente ci restituisce la linea per pochi minuti facciamo parlare lui, lo scoutone, a proposito di questo loro delicatissimo impegno.

E’ andata.
Su sei collegamenti ne abbiamo fatti cinque con lo zainetto.
La giornata me la sono guadagnata.
Ma soprattutto -obiettivamente grazie alla nostra inviata- non abbiamo speculato, non abbiamo fatto tv del dolore, solo informazione.
Baudrillard sarebbe stato abbastanza contento di noi.
E tutto sommato anche io sono stato sollevato per come ho retto, alla fine.
La verità che mi è apparsa lancinante è comunque che quando lavori all’informazione vivi automaticamente in una bolla di desensibilizzante miopia.
Forse è solo così che i professionisti possono reggere.
Io dal canto mio spero non mi capitino a lavori simili in tempi brevi.
La cronaca delle tragedie non fa per me, alla fine mi sento pure in colpa perché non sono stato abbastanza empatico, troppo concentrato sulla fatidica formula televisiva “portare a casa il lavoro”.





pensieri in fuga

27 01 2016

I miei pensieri mentre cammino, mentre sono sul tram, sempre, si consumano e bruciano troppo velocemente perché riesca a metterli sulla carta.








%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: