intuizioni

10 03 2017

A volte scopro che la mia mente ha avuto intuizioni che poi si sono materializzate.
Un po’ come il discorso del mio personaggio Lorenzo MacEwan nato all’iniio degli anni novanta come “docente di Sociologia del Network , una disciplina che adesso, con nome leggermente diverso,  esiste veramente.
Oppure gli screengrasses (stesso periodo) poi diventati realtà con i Google Glass.

Ecco, nel 2007, riecheggiando i “messaggi speciali” alla Resistenza Francese utilizzati dai Noir Desir nella loro “L’Europe”, avevo scritto:

L’Opposizione
E’ presa per usucapione.

A furia di non fare il proprio mestiere, qualcun’altro occupa il posto.
Magari con esisti nefasti.

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turris asian, primo paragrafo, terzo frammento.

8 05 2015

TURRIS ASIAN

CHAPTER ONE

(LONG VERSION)

PAR.1, part 5–6

Il mio percorso nel centro della Città Eterna mi condusse a sfiorare -e sicuramente ad assorbire- una quantità spropositata di simboli e scritte.
Api, gigli di Francia, chiavi pontificali, cervi con una croce tra le corna, draghi, putti, sfingi, maschere, mascheroni, fregi, capitelli… Tutto finito probabilmente in qualche sogno, per la gioia dell’intero centro di ricerca, da Francesca agli indian brothers giù giù fino al segretario professorale.
Tra detour vari, tra una digressione e l’altra, giunsi -quasi ubriaco di immagini, come sempre quando tornavo a Roma dopo tanto tempo- nella zona della mia mia destinazione.
Via Margutta è una strana strada proprio nel cuore di Roma, Piazza del Popolo è a pochi passi: un posto stranamente tranquillissimo, quasi silenzioso, ma allo stesso tempo, dal punto di vista teorico, incasinatissmo.
Dubbio l’etimo stesso, tra deliri sulla “goccia di mare” causa torrentello proveniente da monte, nomi di barbieri tristanzuoli, bruttacchioni e obesi o di famiglie ivi residenti once upon a time. Dubbio l’ordine cronologico col quale narrare le cose. Dubbia la conformazione: dopo un tratto brevissimo via Margutta fa una svolta di novanta gradi e prosegue a lungo in parallelo alla via che avrebbe dovuto servire come retrobottega, via del Babuino: quindi una via di servizio, ad ospitare il fabbro il maniscalco, i cavalli con le relative carrozze, ogni genere di artigiano che potesse essere utile a quelli che abitavano i palazzi sulla via elegante.
Gente, quella dei palazzi, che un tempo si sarebbe detta “la classe dominante”. E forse sarebbe ora si dicesse di nuovo. Tanto per prendere atto, almeno.
Tutto un rumoreggiare di martelli, seghe, zoccoli animali, zoccoli di persone, lime, nitriti, voci, richiami, versi di animali di ogni altro genere. Questo doveva essere.
Poi nell’ottocento arriva il pretone di turno -a Roma c’è sempre e c’è sempre stato un pretone di turno- al quale poi verranno intitolati istituti scolastici: il quale si compra tutto, fa bonificare, fa ristrutturare, fa costruire collegi religiosi.
Ed ecco nel tempo la via paradisiaca, fuori dal mondo al centro di Roma. La via che, forse a partire da quegli artigiani dell’origine addirittura medievale, inizia ad ospitare artisti, stranieri, pittori. Ancora, annualmente, nell’era del digitale 3D, si celebrava il rito dell’esposizione, lungo tutta la via, di quadri dipinti, materiali, su supporti fisici. Un rito che metteva insieme artisti di gran talento e imbrattatele imbarazzanti, accomunati dalla appartenenza a qualche associazione o gilda o confraternita ad hoc. Da qualche anno poi la cosa era tornata particolrmente in auge in concomitanza con la moda del vintage e dell’analogico, della “materia” in ogni campo dello scibile umano. La wave anti-ebook movement, le nuove case editrici cartacee, il rifiorire delle grafiche di copertina un po’ Art Nuveau, un po’ costruttiviste, le macchine fotografiche analogiche, gli artigiani che producono strane pellicole per le medesime.
Ma tra queste considerazioni cronachistiche mi tornavano alla mente come flash le suggestioni storiche, mitiche e immaginarie. La strada percorsa dai passi piatti, leggeri ed ed eleganti di Audrey Hepburn e di tanti altri fantasmi artistici o cinematografici, compresa la bianca Lucia, la donna col candelabro che mi mostrò nel buio dell’infanzia mia nonna materna, perché lei proprio nell’infanzia l’aveva conosciuta: modella immaginaria dell’altrettanto immaginario pittore Tagliaferri, spirito esercitante la propria attività fantasmatica in via Margutta al numero 33. A che piano, non ricordavo. Non sapevo.

In questo tripudio di suggestioni ipnagogiche, significati, riferimenti, icone inossidabili, misteri veri o immaginari, la via Margutta, dopo il suo tragitto parallelo alla strada principale faceva un’altra svolta a novanta gradi a ricongiungersi: come a completare tre lati di un rettangolo, dei quali due cortissimi e uno molto lungo.
Per facilitare le cose, per ragioni poco logiche, in questo terzo lato breve cambia nome: quindi sostanzialmente la via Margutta finisce nel nulla, finisce sulla facciata di un palazzo di quella che per motivi in apparenza misteriosi -ma certamente ben noti a filologi, topografi, storici del tessuto urbano- invece di completare la via stessa, si chiama inaspettatamente via Alibert.
Eh, il povero Giacomo d’Alibert, nato in Francia, costruttore di teatri e di pallacordodromi, in un intrico e forse intrigo di parentele e conoscenze internazionali regali, dagli Orléans ai Savoia a Cristina di Svezia (che a Roma non manca mai, lei, specie dove c’è qualche mistero). Nel settecento il figlio di Giacomo aveva piazzato un teatro anche lì, proprio in via Margutta: dovevano pur ficcarli, Giacomo e Antonio, toponomasticamente da qualche parte. E con l’uso del solo cognome, si erano presi due piccioni , due Alibert con una fava. Magari anche tre, teatro compreso.
Così la via col nome del (forse) semplice barbiere popolano e grezzo, comunque si doveva inevitabilmente schiantare contro qualche nobile: solo conte, ma amico di regnanti e cardinali potenti.
Vabbè, alla fine il barbieraccio la nomina quasi tutta e vince la partita.

Avevo scelto che il mio albergo fosse lì. Per tutti quei motivi e forse anche per altri. Già troppi luoghi di Roma erano bruciati per altre mie storie.
La luce era ancora stupefacente e scolpiva con precisione di marmista scalpellino ogni minima forma che incontravo. Ma nell’atrio dominava una fresca penombra.
Percorsi la rampa di ingresso in salita verso quello che un tempo era stato un collegio. Il sito dell’albergo non ne specificava il nome, se maschile o femminile: non si sapeva né come né quando lo fosse stato: supponevo nel periodo post-pretone intrapreneur e speculatore.
Sulle pareti di marmo grigio scorreva l’acqua con un effetto molto rilassante.
Il consierge fece finta di non vedermi, ma solo finta. E se anche non mi avesse visto per davvero, comunque sarei stato già puntato dalle microcamere di vigilanza piazzate discretamente per ogni dove. Ma ben identificabili a uno sguardo esperto. Se non fossi stato un cliente riconosciuto dai software di identificazione facciale e corporea, avrei avuto qualche agente della sicurezza addosso dopo pochi secondi.

(Sono 976 parole: nella versione precedente erano 33)





turris asian, paragrafo due prima parte, versione romanzo lungo

13 04 2015

Era difficile credere fosse stata notte, perché quando uscii dal centro di ricerche il sole di Roma tagliava col coltello cesure tra le zone d’ombra nera piuttosto fredda e le macchie di luce cristallina pervase dal tepore.
Era quello lo strano periodo di inizio primavera nel quale gli autoctoni, probabilmente non sapendo come vestirsi data la notevole escursione termica, facevano sfoggio di abbigliamenti straordinariamente difformi tra loro.
Avevo appena incrociato un signore baffuto sui quaranta con indosso un cappotto lungo alle caviglie imbottito di piumino, nero, dalla superficie semiopaca, con tanto di cappuccio col bordo di pelliccia o finta pelliccia: comunque peloso. Era impegnato in una conversazione al cellulare con “a’ Sé”: volendo escludere che l’interlocutore si chiamasse “Serpente”, votai per “Sergio”. Se fosse stata donna, Serena sarebbe stata ” a’ Serè”. Oltre non potevo andare nelle abbreviazioni tipiche dell’onomastica romana, ma pensavo di esserci andato ragionevolmente vicino.
L’amico o collega del misterioso Sergio, che stava sotto i miei occhi, teneva il cappottone perfino chiuso e non mostrava nessun senso di disagio.
Dopo poco incrociai una giovanissima di bassa statura che visibilmente arrabbiata spingeva un passeggino: sopra, un bambino addormentato, cappottino azzurro, tutina felpata, con la testa dai capelli radi sul castano reclinata e il ciucciotto in bocca.
Ecco, lei era in T-Shirt.
Bianca con sul davanti il disegno di un cactus verde, le spine nere e le ramificazioni cicciotte irregolari.
Accanto a lei arrancava una donna più anziana e rotondetta, dai capelli raccolti, cappotto color cammello sbottonato, con in mano un biberon mezzo pieno di un liquido giallo. Probabilmente camomilla. Indiscutibilmente a sua volta madre della giovane madre. Si stavano scazzando, la madre uno aveva rimpoverato la madre due per qualcosa, probabilmente riguardante il pargolo.
“A’ Mà!”.
Avevo sempre avuto un rapporto stano con le parlate locali, dialettali o vernacolari: non facendo parte del mio bagaglio personale nel modo più assoluto, suscitavano in me reazioni contrastanti. Da un lato ispiravano simpatia, mi facevano pensare a un mondo più semplice e genuino. Dall’altro mi rendevano nervoso perché non sempre riuscivo a capire tutto.
Ma, tornando all’abbigliamento: lasciamo perdere poi i turisti. Una coppia di giovani americani erano in calzoncini cortissimi, con le gambe arrossate: ai piedi solo un paio di infradito. Quelle che loro chiamano  “havaianas”. Che avevo sempre trovato, orrende, disdicevoli e improponibili : per me qualunque calzatura che avesse un aspetto ciabattesco era impraticabile, proprio non ci sapevo camminare. Quindi mi metteva a disagio il solo vederla.
Ma quelli erano turisti. Per loro Roma uguale Italia uguale caldo e stop. E fissavano le loro cartine perplessi, indicavano direzioni nelle quali supponevano avrebbero togato il monumento X o la chiesa Y. Si mossero, infine e le infradito cominciarono a fare un rumore ridicolo, una specie di ciac ciac ciac appiccicoso. Mi venne da ridere.
Mi sentii molto soddisfatto del mio giaccone di pelle nera non troppo pesante e della sottostante camicia di jeans nera. Delle mie Dr. Martens basse nere. Abbigliamento intermedio e consono alla stagione.

La collocazione del laboratorio di Francesca e soci era insospettabile. Proprio al centro di Roma, a pochi minuti di cammino dal Pantheon. Una zona che conoscevo abbastanza bene. Però non avevo mai immaginato potesse esserci una struttura tanto avanzata nascosta tra gli edifici rossastri scrostati apparentemente, in alcuni casi, fatiscenti..
Poco prima, nello spogliatoio mi ero liberato della tuta-pigiama e mi ero rivestito con i miei abiti normalmente tra il grigio e il nero.
Nel mentre cominciavano ad arrivare alcuni colleghi di Francesca per il lavoro diurno. Lei era già scomparsa, sicuramente era andata di filato verso casa a farsi una bella dormita. Facevo fatica a figurarmela dato che non sapevo dove abitasse, che mezzo usasse per spostarsi. Forse a piedi e poi autobus, dato che il centro di Roma ormai era tutto pedonalizzato salvo rigide eccezioni.
La promessa implicita e sottintesa di far finta di niente riguardo quanto accaduto quella mattina alla fine del sogno, naturalmente non valeva per me stesso. Insomma, come facevo a non pensarci? Il pensiero è difficile da controllare, straripa da tutti i fori delle emozioni, dalle maglie della ragione. E’ un’imposizione assurda. Non parlarne si può fare. Non pensarci è fantascienza.
Dirigendomi verso l’uscita, mentre meditavo su questi certamente geniali (eh, figurarsi) e certamente originalissimi (sì, domani) pensieri filosofici del cavolo, avevo incrociato una coppia, uomo e donna in camice, apparentemente indiani, apparentemente di età simile: potevano essere fratello e sorella per quanto si assomigliavano nella loro elegante bellezza per nulla appariscente. Non li avevo mai visti ma mi salutarono per nome: supposi perciò che si stessero occupando del mio materiale. Quindi risposi al saluto con immediato imbarazzo, a mezza voce e con la testa bassa.
All’uscita era ormai operativo il segretario, un uomo con occhiali e una chierica di capelli grigi con l’aria compunta. decisamente professorale, che mi disse
– La dottoressa Colonna ha fissato la prossima seduta per il 26, professor MacEwan. Naturalmente se lei non dovesse essere libero, come al solito ce lo faccia sapere con un minimo di anticipo e la dottoressa fisserà un’altra data.
Rimase a fissarmi compunto. Feci un cenno di assenso, salutai anche lui e mi avviai verso l’uscita.
Un piccolo atrio bianco illuminato a neon: una porta automatica che dava su un cortile sicuramente non vasto ma decisamente ben ristrutturato, con di fronte una nicchia sovrastata da una conchiglia. All’interno una statua di Mercurio con tanto di caduceo. Non so perché ma non mi fece pensare tanto alla medicina quanto all’alchimia.
Solve et Coagula.





turris asian, paragrafo uno, versione romanzo lungo

10 04 2015

–1–

Il mio respiro era regolare.
Aprii gli occhi, sbattei un paio di volte le palpebre e realizzai immediatamente di non trovarmi nel mio letto.
Questa era una sensazione alla quale ero abituato, dato che passavo la mia vita a spostarmi tra posti diversi -tra convegni e ricerche e tutto il resto- e mi capitava di dormire spesso in stanze che al risveglio non riuscivo a identificare. A volte provavo un senso confuso di spaesamento, a volte il vero e proprio tuffo al cuore del panico da smarrimento. Quella volta l’impressione non era così violenta e tumultuosa. Ero calmo. Questo doveva dipendere dalla consapevolezza nel profondo di non correre rischi o pericoli, di essere comunque in una situazione che non provocava ansia.
Misi a fuoco  l’ambiente del laboratorio. Tipo studio medico. Luci che si erano accese automaticamente al mio risveglio a rivelare i tipici armadietti in metallo satinato, le classiche lampade mobili e snodabili da sala operatoria. Misteriosi apparecchi compatti, monoliti scuri o argentati imperscrutabili sui ripiani. L’atmosfera apparentemente asettica, apparentemente sotto stretto controllo rispetto a ogni possibile fattore inquinante o patogeno. E climatizzata a perfezione in base alla mia temperatura corporea. Avevo dormito benissimo senza alcuna coperta.
Ero supino sul lettino in una tuta leggera e la mia testa era, nella parte posteriore, in qualche modo incastrata in un supporto mobile, che comunque consentiva i movimenti sia del testa che del corpo. Mi ricordai dello scanner onirico sperimentale.
Tutti questi pensieri durarono forse tre secondi. Il cervello è più veloce di un treno futuribile. Ci vuole molto più tempo per descriverli, i pensieri, che per formularli, per viverli. Per questo, mi ero convinto, il mestiere di chi scrive alla fine sia mortalmente frustrante. Solo un dio potrebbe descrivere la complessità di un solo istante in un solo luogo del mondo in uno spazio-pagina limitato, con simboli o caratteri limitati.
Mi mossi: l’incastro nello scanner mi dava fastidio. In quel momento nel mio campo visivo dove prima sembrava esserci uno specchio apparve una flessuosa figura femminile con i caratteri quasi della visione su uno sfondo di luce abbagliante. Sapevo che lì dietro c’era una specie di regia medica, piena di apparecchiature che monitoravano lo stato del paziente su piccoli monitor dove si modificavano costantemente linee, curve, grafici. E dove stava l’apparecchio per la registrazione dei sogni.
Francesca Colonna, dottoressa, psicologa, ricercatrice, scienziata. Il suo mezzobusto – era tutto quello che potevo vedere al momento attraverso il vetro della saletta- mostrava una giacca grigia di tailleur e una camicetta azzurra cangiante sotto il camice bianco aperto. In quella forte luce improvvisa il suo volto appariva come in una foto sovraesposta: l’ovale chiarissimo dal quale risaltavano solo la bocca scura dalle morbide forme curve e gli occhi truccati di blu .Il suo sguardo sotto gli occhiali dalla montatura nera rettangolare e leggera fu attraversato da un lampo di preoccupazione. Interfono.
– Aspetta Lorenzo! Fai piano. E’ delicato, lo sai. –
Smisi di armeggiare con quel coso dietro la mia testa e aspettai che intervenisse lei, che mi raggiunse in un attimo.
-Faccio io.-
Mi misi seduto, puntellato dalle braccia all’indietro.: il suo carré nero mi sfiorò il volto il tempo di sentire il profumo dei capelli e lei armeggiò con leggerezza dietro la mia testa, mi sfiorò ripetutamente la nuca: sentivo il lavorio delle sue unghie nel tentativo di disincastrare, separare, staccare, fino a quando mi sentii finalmente libero dal marchingegno elettronico. Sospirai. Mi chiesi stranamente, sorprendentemente, se il suo tocco delicato fosse in realtà riservato allo scanner fragile oppure a me. Il che mi rese un tantino confuso.
Lei mi si sedette in modo del tutto precario a fianco, un po’ più indietro sul bordo del lettino, in modo tale che per vederla dovevo torcere il collo verso destra.
– Non mi dire che sei stata tutta la notte qui in laboratorio a vegliare il fantolino. –
– Beh sì… Comunque in alcune fasi mi sono addormentata, quando non c’era niente di interessante da vedere. Insomma non so. Mi sono addormentata e basta. Poi riguarderò la registrazione.-
– Ma sì, sono un sognatore così noioso… – azzardai con tono di affettazione.
Da quella prospettiva-torcicollo quel che vedevo meglio di lei era un ginocchio e la parte inferiore della cosce in calze nere che spuntavano dalla gonna grigia. Distolsi lo sguardo e alzai brevissimamente gli occhi al cielo invocando il santo protettore del distacco dalle pulsioni erotiche, ammesso che ne esista uno. Quel che non vedevo ma potevo facilmente immaginare era  il piede destro della dottoressa probabilmente piantato per terra e quello sinistro penzoloni, che dal movimento del ginocchio deducevo stesse oscillando avanti e indietro. Avevo sempre visto Francesca come una splendida donna, ne ero consapevole: ma era come se avessi relegato questo fatto a un livello di sottinteso poco importante nel quadro del nostro rapporto professionale.
E invece improvvisamente.
– La registrazione mi sembra di buona qualità. Devo ammettere che sei un’ottima cavia, Lorenzo.
Feci del mio meglio per concentrarmi sul discorso-esperimento, ma non mi riuscì immediatamente. La mia risposta infatti fu piuttosto idiota.
– Grazie, e non mi sono neanche impegnato… A volte riesco a fare di meglio…
– “Di meglio”… è possibile…
La dottoressa Colonna ridacchiò.
– Perché, di fatto cosa ricordi? – domandò.
– Quasi nulla. Infatti sono curioso di rivedere.
In realtà ricordavo solo vagamente di aver fatto anche qualche “brutto sogno” che mi aveva messo in agitazione, ma non le dissi niente. L’avrebbe scoperto da sola, anche solo scorrendo l’elettrocardiogramma.
– Dai alzati, così la smetti di sbirciarmi le gambe.
– Perbacco. Ero sicuro di esser stato così discreto… Impercettibile.
– Sì, ciao – disse sarcastica.
Stavolta la risata che immediatamente seguì fu piena e argentina, in un tono decisamente più alto di quello che usava per parlare.
Mi alzai, mentre lei alle mie spalle scivolava giù dal lettino tirandosi platealmente e scherzosamente, esageratamente in giù la gonna dopo avermi perforato con un’occhiataccia.
Ci spostammo nel suo studio, una stanza arredata in modo eccessivamente formale e classico per i miei gusti. Che non aveva alcun senso specie se pensata in relazione al laboratorio ultratecnologico.
Non mi sentivo esattamente a mio agio: ero ancora in tuta e calzettoni, senza nemmeno essermi lavato la faccia: a maggior ragione in un ambiente simile. I miei talloni nel  tragitto, sia sul linoleum o cosadiavoloera grigio del laboratorio che sul parquet dello studio avevano fatto molto più rumore dei tacchi di Francesca.
Lei aveva elegantemente fatto un mezzo giro e preso posto alla scrivania-portaerei -come la definivo io- in mogano: scura, monumentale e arzigogolata.
Io ero relegato al posto del paziente, o del questuante volendo: il posto della subordinazione. E infatti. La dottoressa Colonna incrociò le dita delle mani appoggiate al ripiano.
– MacEwan, tu sai cosa si dice del rapporto che si crea tra uno psicologo e il suo paziente, vero? Tu sai cos’è il transfert, no?
Lo sapevo. Quella faccenda di una specie di innamoramento del paziente per il suo analista. Più o meno.
– Ma io non sono mica in terapia con te. Sono solo una cavia che si presta a sperimentare Il tuo accrocchio per la registrazione dei sogni… L’hai detto tu due minuti fa. Hai proprio usato la parola “cavia”.
Tra il disagio per la tuta e i calzettoni e il senso di colpa per la storia delle gambe mi sentivo uno schifo.
Francesca si fece seria seria, grave. Abbassò la testa, la scosse con lenta riprovazione e mi guardò da sopra la montatura degli occhiali sbattendo le ciglia. Poi improvvisamente esplose di nuovo nella risata di prima. Con una voce da ragazzina cantilenò:
–  Ci sei cascatoooo!
– Francesca, accidenti a te!
Ridemmo fino alle lacrime tra lei che citava Freud con voce dallo stentoreo accento caricaturale tedesco  si copriva la bocca alla giapponese.
Alla fine del momento cazzeggio adolescenziale, che -da non-psicologo- penso servisse per attenuare  e sviare la tensione erotica- improvvisamente, con le facce ancora congestionate, tornammo seri. Come rendendoci conto che quella seduta, dopo tante,  aveva assunto una piega strana. E che il tutto andava riportato nel binario della normalità, nel binario rassicurante percorso fino a quella sessione di registrazione.
Con estrema calma, ora, Francesca mise la mano in una delle tasche del camice ed estrasse  qualcosa. Con un’unghia dallo smalto amarena fece scivolare sulla scrivania-portaerei e spinse verso di me un piccolo supporto dalla forma quadrata e piatta: aveva dimensione e forma di uno di quei cioccolatini quadrati che a volte ti danno al bar con il caffè.
Solo che era turchese. Un oggetto che ormai conoscevo bene.
– Ecco la copia della registrazione… sì, del tuo sogno.
Tenni in mano la piastrina, dato che non sapevo dove metterla, la tuta non aveva tasche. Sorrisi.
– Fammi sapere quando pensi di fare la prossima. Non vedo l’ora.
– Beh se fossi in te non avrei tanta fretta. Non sappiamo bene che effetti collaterali possano avere queste scansioni sul cervello, eh!
Partì un’altra sua risata; anche questa per sdrammatizzare, per sviare l’attenzione da quello che aveva appena detto, pensai.

(Parole: 1509
Caratteri: 9400)


(versione precedente)

– La registrazione mi sembra di buona qualità. Devo ammettere che sei un’ottima cavia, Lorenzo.

– Grazie, e non mi sono neanche impegnato… A volte riesco a fare di meglio…

– “Di meglio”… è possibile… Perché, di fatto cosa ricordi?

– Quasi nulla. Sono curioso di rivedere.

In realtà ricordavo solo vagamente di aver fatto anche qualche “brutto sogno” che mi aveva messo in agitazione, ma non dissi niente.

La dottoressa Colonna in canonico camice bianco girò elegantemente attorno all’apparecchio che aveva usato su di me e mi porse il supporto dalla forma quadrata e piatta: aveva dimensione e forma di uno di quei cioccolatini che a volte ti danno al bar con il caffè.

Solo che era turchese.

(Parole: 121
Caratteri: 709)





il ritorno della Torre di Asian

15 08 2014

In seguto ad un esperimento televisivo che ho il piacere di portare avanti con Marina Bellini (Mexi Lane, presente in  Second Life con costanza, a differenza di molti di noi), la Torre di Asian, un mito fondativo della Second Life Italiana torna a vivere, ad essere presente su SL, in una ulteriore versione.
In precedenza ce ne sono state almeno altre tre.

La Torre di Asian, progettata da Asian Lednev AKA l’arrchitetto Fabio Fornasari, è una torre, appunto: ma, volendo, è anche una colonna di luce e di trame grafiche che si estende a bucare il cielo delle SIM nelle quali è localizzata.

Adesso è di nuovo visitabile presso il MIC-Imagin@rium.

La Torre di Asian si caratterizza soprattutto, oltre ad essere stato un manufatto originale senza precedenti, per aver stimolato la creatività di un gruppo di scrittura di Avatar (unitosi attorno a Lorenza Colicigno, Azzurra Collas, coordinatrice) che ha prodotto una narrazione originale e unica nel suo genere: il romanzo collettivo “La Torre di Asian”. Questo romanzo ad un certo punto ha preso anche la forma fissata nel tempo dello “stato dell’arte” in un pregiato volume a tiratura limitata, inclusivo di immagini, poster, CD musicale per la colonna sonora di Paolo Ferrario.

Successivamente, come William Nessuno, ho contribuito ad arricchire la mitologia attorno alla torre con il mio romanzo breve di taglio fantastico/giallistico “Turris Asian”: protagonista sempre il mio personaggio Lorenzo MacEwan, il “netective”.

La Torre resterà presente per un breve periodo, quindi chi volesse ammirarla è invitato a non perdere tempo.

Questo lo SLURL:

Torre di Asian al MIC

Qui il libro del Romanzo Collettivo:

La Torre di Asian – Il Libro

Il mio “Turris Asian” presso l’Editore:

Turris Asian – Avanguardia 21

Presso IBS:

Turris Asian – IBS

Articolo su Ibridamenti:

romanzo collettivivo tra reale e SL

Articolo di Sonia Lombardo:
Il Romanzo Collettivo è su Second Life

Gli autori del Romanzo Collettivo:
Azzurra Collas, Susy Decosta, Sunrise Jefferson, Atmaxenia Ghia, Asian Lednev, Margye Ryba, Piega Tuquqiri, Aldous Writer, MacEwan Writer (William Nessuno).





venerdì 7 novembre, palazzo dei Congressi, eur

3 12 2012

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Sostiene Ironica

10 05 2012

Sostiene Ironica

Una delle mie blogger preferite di sempre, Ironica, in Second Life Alexandra Shepherd, ha scritto del mio romanzo breve Turris Asian, edito da Avanguardua 21.








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