ambasciata (sogno)

29 04 2018

Sono in una sala montaggio, smanetto sul computer per rimetter mano a un lavoro già finito.

L’ambiente è molto vasto, al contrario di come sono le sale di montaggio in realtà. Cerco il progetto (nella realtà non è compito mio, il regista non mette mano sulle macchine).

Il computer va in crash, deve essere riavviato. Riavvio ma il progetto è scomparso. Mi alzo dal computer e vado in un’altra sala, altrettanto grande e molto luminosa. Lì c’è l’inviata che ha chiesto di rimettere mano al progetto per me chiuso.

Chiedo “in quale cartella hai messo il progetto?”

(non è compito del l’inviata mettere i progetti da qualche parte…)

Lei inizia un discorso fluviale che finisce con “…e hai visto, come montatore c’è suo marito, a solo tre euro di spesa in più!”

(Marito di chi, non si sa.)

Io, incazzato nero, grido (cosa che non faccio mai) “Non divagare! Ti ho chiesto dove hai messo il progetto!”

Non lo sa. Torno al computer (che è un mac) e il progetto si trova in una cartella sul desktop che si chiama “Ambasciata”. Nome che non c’entra niente col lavoro che staremmo facendo.

Poi mi sveglio.

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milano, 24 aprile, esterno, notte

25 04 2018

Alle otto e mezza di sera in via Torino i tram passano in continuazione. 14, modernissimo, 2, il mio vecchio 3 giallo che prendevo per andare a casa negli anni novanta. È fondamentalmente uguale.

Stuoli di giovani a passeggio, allegri, molti parlano con accenti del sud: tantissimi alle fermate, ben vestiti, ragazze abbigliate da serata con gonne, tacchi e via dicendo. Chiaramente diretti in zona Navigli (sempre col 3).

Un sacco di gente sfreccia letteralmente in bicicletta, anche molti fattorini coi cubetti colorati sulla schiena del cibo a domicilio: si ha la sensazione che vadano molto più veloci i ciclisti dei tram e delle auto.

Girando fino praticamente a San Babila non si vede un cassonetto, un cestino traboccante, un bicchiere di carta rosso della coca cola appoggiato per terra o in posti ben più astrusi, non ci sono cumuli di bottiglie di birra… o schegge di bottiglie rotte. In Piazza Duomo due camionette dei carabinieri e una di militari in mimetica. Ghisa pochi. Anzi, non ne ricordo. Sotto i portici un tizio suona l’arpa. In mezzo alla piazza i bengalesi cercano di vendere le solite girandole volanti luminose. Una ragazza mi chiede se ho delle monete. Un po’ di turisti nordici, qualche giapponese. Un gruppo di mediorientali fotografano tre bimbe piccole sedute sul marciapiede con il duomo alle spalle.

Alle 11, mentre i tram sferragliano in continuazione come se fossero le quattro di pomeriggio, una quindicina di controllori ATM con le loro camicie azzurre e i loro blocchetti delle multe da una fermata di via Torino si disperdono a gruppetti di tre nei summenzionati tram, che continueranno (li sento dalla camera d’albergo) fino a notte fonda.

Roma, riflettici.





vulnus

7 04 2018

Il mio problema principale è che sono troppo empatico.
E con l’età non faccio che peggiorare.
Stamattina sono andato a fare l’ennesimo controllo, stavolta un ecocolordoppler per un ematoma comparso improvvisamente sul popaccio (poi si è rivelato essere solo un livido innocuo che non so come mi sia procurato).
Arrivo, vado all’accoglienza, la signorina Tiziana mi dice di attendere qualche minuto perché il dottore sta parcheggiando. In sottofondo un bambino più che piangere ulula. Fortissimo.
Mi dà molto fastidio. Molto.
Mi accomodo in sala d’attesa e il bambino urla sempre più, attorno a lui ci sono, oltre alla madre, un infermiere e un’infermiera molto carina, entrambi giovanissimi, che cercano di calmarlo. Si aggiunge un signore, in attesa pure lui, che cerca di distrarlo suonando un kazoo. Faccio tutti i soliti pensieri, i bambini viziati, maleducati, ribelli eccetera. Poi penso che probabilmente alla sua età anche io mi sono trovato in situazioni analoghe in laboratori di analisi (no, noi si andava all’Ospedaletto, l’Ospedale Infantile di Alessandria, che funzionava benissimo: fino a 12 anni sono stato cliente fisso, col Professor Gamalero che mi seguiva: ero molto cagionevole).
Beh io non ero un bambino lamentoso, ero serio serio e paziente, avevo paura ma mantenevo la calma, estriormente. Sicuramente frignavo, ci mancherebbe. Ho cominciato a vedere il bambino ululante con occhio diverso, mentre madre, infermiera e infermiere lo conducevano per quanto possibile con le buone verso la “Sala Prelievo Due”.
Il mio medico nel fratttempo arrivava, per fortuna, e mi invitava a seguirlo con un gesto amichevole e sarcastico alla Fonzie. Per fortuna, perché io avevo già gli occhi pieni di lacrime.





magnethic poem – 20

25 03 2018

 

 

dogma”

polar-lights permeated
screen
glazed nexus
spreads
anyhow explanations

“dogma”

schermo
saturo di aurora boreale
nesso sotto vetro
propaga
spiegazioni ad ogni costo





metamorfosi imprevite

22 03 2018

Sto passando dallo status di giovane di belle speranze, che apprendeva rispettosamente da quelli più bravi e grandi allo status di vecchio lamentoso senza alcuna autorevolezza che nessuno si fila: questo senza mai essere transitato dallo status di professionista adulto maturo stimato e rispettato. E ciao.





prendo atto

17 03 2018

Uno dei capolavori del capitalismo recente è stato farci credere che essere freelance convenisse perché ci pagavano di più ed eravamo più liberi, per poi nel tempo pagarci sempre meno, eliminare ogni privilegio professionale e alla fine pagarci meno di un qualsiasi dipendente, per di più senza alcuna tutela previdenziale o garanzia pensionistica.





on the border

19 02 2018

Se vince la lega sono dazi amari.








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