fine danno

31 12 2017

Il motivo per il quale io mi senta in dovere di scrivere qualcosa solo perché oggi è l’ultimo giorno dell’anno mi è oscuro.
Forse perché su facebook fioccano gli auguri e le celebrazioni, gli entusiasmi e gli ottimismi per quel che deve venire.
Io invece sono soprattutto malinconico, e scelgo di esserlo qui.
Del resto facebook neanche di essere me stesso, ovvero William, mi concede.
Per il prossimo anno posso anche fare dei programmi, per carità.
Ma ormai si sa che sono meri esercizi stilistici.
Per esempio ho verificato che l’ultima copia stampata in copisteria del romanzo al quale sto lavorando da eoni (Turris) è datata 2 gennaio 2017: e sicuramente mi riproponevo di avanzare baldanzosamente nel corso di questo anno che invece si chiude.
Il risultato è che ho scritto ancora sì e no un capitolo e mezzo, preso un certo numero di appunti su materiai e riferimenti da utilizzare.
Come se non bastasse mi sono reso conto che questa lentezza (dovuta sicuramete ANCHE ai tempi spezzattati disponibili per via del lavoro) mi causa un continuo resettaggio mentale. Eh sì, perché a distanza di un anno mi viene da cambiare le tematiche, i punti focali: tutto si trasforma -come me stesso, del resto- in una fabbrica del duomo instabile dal progetto che si modifica perennemente.
Poi ci sono le problematiche di salute: in questo mese ho lavorato pochissimo per la TV quindi avrei potuto essere produttivo ma…
Chissà se nel 2018 riuscirò a fare alcune cosette che mi riporpongo da mesi, tipo:
– scrivere un post sul perché mi sento così legato alla città dove sono nato e cresciuto
(un post di Andrea Di Consoli su facebook proprio oggi mi ha richiamato a questa necessità).
– scrivere un post sulla mia visione della fotografia oggi, tra iPhone e Hasselblad.
– riprendere il filo di Turris e procedere a tambur battente prima dell’ennesimo cambio di obiettivo nella trama.
Queste sono domande più che desideri.
Intanto devo portarmi avanti coi rigraziamenti.
– Phil e Ilaria che sopportano i miei cambi di umore e i miei continui malanni.
– Le mie colleghe e colleghi di Unomattina ma specialmente del Caffé di RaiUno.
Non faccio nomi perché sarebbe inelegante, ma loro sanno.
Uno per uno. Una per una.

E niente, se sarò ancora in grado di scrivere qui sopra ci leggiamo tra un anno con le stesse giaculatorie, con gi stessi propositi, con la stessa approssimazione emotiva.
Intanto voi andate avanti, mi raccomando.
Che a non combinare un tubo ci penso già io per tutti.

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constatazioni

12 09 2017

Posso dire ormai con certezza che l’unico autore che mi fa tornare la voglia di scrivere sia Gadda. Poi non ho la forza psicologica né la serenità e forse nemmeno il tempo. Però il Gaddus il suo dovere lo fa ogni volta che poggio gli occhi su una qualsivoglia pagina del Pasticciaccio. Amen.





problemi esistenziali

10 08 2017

Finalmente ho capito che il mio problema esistenziale sono io.





Preveggenza

1 03 2017

Ormai ho una certa età, e più vado avanti con gli anni più mi domando come avessi fatto, da ragazzo, poco più che sedicenne, a preconizzare il segno che sarebbe stato tra i più forti della mia vita in uno dei miei primi tentativi di racconto.
S’intitolava “Storia di un Inconcludente” ed era incentrato su un personaggio che non finiva mai le cose che iniziava, le lasciava in sospeso, le riprendeva, le rimaneggiava ma chiuderle, MAI.
Ecco, è il mio ritratto.
All’epoca, del tutto inconsapevole.
Oggi penso che lì dietro si nasconda una paura della FINE tout court, non c’è bisogno che cerchi di analizzarne ulteriormente il significato, no?





evoluzioni tombali

12 02 2017

Ogni volta che qualcuno sostiene l’incriticabilità di Sanremo e accusa chi si permette di farlo in base al concetto che esso Sanremo rappresenterebbe “la società italiana”, Orwell, McLuhan, Baudrillard e molti altri che hanno studiato come i media influenzino intenzionalmente la realtà si rivoltano nella tomba.





se non è…

13 12 2016

Non la voglio fare lunga, ma  mi capita spesso di pensare che mi resti poco da vivere.
Non so perché, è una sensazione, sicuramente infondata come quella analoga che abbi a vent’anni. E sono ancora qui.
Ci sono diverse cause per questi pensieri.
Una è sicuramente la fragilità emotiva, che cerco di tenere nascosta il più possibile, non sempre riuscendoci.
Per esempio non sono riuscito a nascondere al collega montatore che lavorava con me il mio turbamento quando ci è capitato di dover lavorare per la rubrica “XX Secolo” un filmato di Rascel che impersonava Napoleone. Uno sketch che rifaceva sempre mio padre.
Un’altra causa di questa stupida strisciante idea è che sempre più spesso riemergono dalla mia mente ricordi remotissimi.
Per esempio ieri all’improvviso mi si è aperta una voragine di ricordi a scatola cinese.
Io piccolissimo coi colleghi di mio padre che mi insegnavano modi di dire.
Uno di questi era “se non è zuppa, è pan bagnato”.
Sicuramente questi colleghi cercavano di insegnarmi la versione piemontese, lingua che da piccolo non conoscevo per nulla perché i miei mi parlavano sempre in italiano.
“S’a l’è nen supa l’è pan bagnà”
Allora dalla frase piemontese (che sicuramente i colleghi mi italianizzavano), mi era tutto chiaro: tranne cosa fosse “il pampagnà”.
E mi ricordo che mi ci sono voluti anni per ricongiungere” il pampagnà” al pan bagnà.
E niente.
Ieri mattina non so come né perché, mi è venuta in mente la parola.
Pampagnà.
Ma così, senza ragione.
Una cosa che arriva da oltre cinquant’anni fa.





incapacità

4 08 2016

Solo oggi ben due miei contatti di Facebook scrivono l’addio ai loro padri appena scomparsi, pubblcandone le foto.
Mi chiedo perché io invece non sia riucscito a farlo, in quel momento di due anni fa, né abbia mai, dopo, pubblicato su Facebook foto sue.








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