béllora, béllora

12 05 2017

Io non so bene cosa stia succedendo nel mio cervello, se sia l’età, se queste cose succedano ad altri oltre me: non so se siano patologiche o normali fatti nel funzionamento della macchina più complicata del nostro corpo.

Stavolta non parlo di stati emotivi tempestosi e cupi, ma di sorprendenti e  inspiegabili acrobazie della mia memoria.

Chi mi sta intorno sa che purtroppo ho una pesssima memoria per i fatti anche molto recenti.

Tuttavia il signor cervello -o la signora psiche- mi stanno facendo sempre più frequentemente strani scherzetti.

Qualche tempo fa, direi qualche settimana, all’improvviso ho pensato “Béllora”.

Ora, chi era Béllora? Non ho fatto fatica a ricordare chi fosse.

Béllora era un collega di mio padre quando ero bambino, ma piccolo, al quale non ho mai pensato in vita mia: probabilmente all’epoca l’ho anche conosciuto, mio padre a volte mi portava  nel suo uffico e mi presentava ai suoi colleghi.

Ma di Béllora non ho alcuna memoria visiva. Neanche il nome di battesimo, naturalmente. All’epoca i colleghi si chiamavano solo per cognome. 

Parliamo di cinquant’aanni fa. Dopo cinquant’anni mi ritorna questo cognome, senza alcuna ragione apparente. All’improvviso. 

Un nome, un suono: una parola e nulla più.

Questa notte un altro episodio analogo.

Mi viene in mente un cognome. Tricarico. Ancora una volta un nome e una persona alla quale non ho mai pensato negli ultimi trent’anni.

Stavolta mi viene in mente anche l’aspetto. Probabilmente perché quando questa persona (che avrò incontrato una decina di volte in tutto) ha attraversato la mia esistenza ero già adulto.

Era una vicina di casa quando abitavo a Milano sui Navigli. Una signora di mezz’età, bionda tintissima, capelli lunghi, gentile e sorridente, con orecchini vistosi, per diversi aspetti ambigua.

Questi nomi mi vengono di solito in mente durante il sonno.

In questo ultimo caso di questa notte, stamattina da sveglio ho dovuto faticare per ri-ricordarmi il nome.

Cerco di non preoccuparmi troppo, ma del tuttto tranquillo non sto.





burocratizzazione indesiderata

31 03 2017

Mi sono reso conto che essere tecnologico mi divertiva una decina di anni fa, quando c’era anche la possibilità di essere contemporameamente creativi: scrivere testi, elaborare immagini, creare pubblicazioni, riflettere su quel che stava accadendo.
Adesso se essere tecnologico significa burocratizzarsi ancor più l’esistenza, essere invaso da Whatsapp della qualunque e saper salvare un  biglietto di viaggio nel wallet diciamo che la cosa mi affascina molto meno. Continuo a coltivare solo il lato creativo.
Amen.





volare basso

9 03 2017

A volte sono tentato di scrivere del mio modo di vivere la memoria, i ricordi.
Poi penso che Proust l’ha già interpretato Proust medesimo sicuramente meglio di me, così desisto.





Preveggenza

1 03 2017

Ormai ho una certa età, e più vado avanti con gli anni più mi domando come avessi fatto, da ragazzo, poco più che sedicenne, a preconizzare il segno che sarebbe stato tra i più forti della mia vita in uno dei miei primi tentativi di racconto.
S’intitolava “Storia di un Inconcludente” ed era incentrato su un personaggio che non finiva mai le cose che iniziava, le lasciava in sospeso, le riprendeva, le rimaneggiava ma chiuderle, MAI.
Ecco, è il mio ritratto.
All’epoca, del tutto inconsapevole.
Oggi penso che lì dietro si nasconda una paura della FINE tout court, non c’è bisogno che cerchi di analizzarne ulteriormente il significato, no?





cyberpunk all’incontrario

8 02 2017

Un vecchio strano disco dello strano Billy Idol ha un’intro il cui testo dice tra le altre cose “The Future has imploded into the Present…”.
Per me in qesto periodo sembrebbe valere esattamente il contrattio.
“The Past has imploded into the Present.”
Eh sì perché negli ultimi giorni oltre ad aver ritrovato su FB Enrica, un’amica dei tempi in cui lavoravo a Mediaset come autore, domani mi capiterà di ri-inconrare e addiritura di lavorare nei prossimi giorni con un’istituzione ricorrente del mio percorso professionale: Lino Zani.
Guida alpina, organizzatore di eventi e spedizioni polari, consulente per i media. Come mi ha detto lui stesso quando gli ho parlato al telefono dopo vent’anni: “il numero uno”.
La conoscenza e la collaborazione con Lino risale addirittura ai tempi di Telemontecarlo . Per gli amici, TMC. Fine anni ottanta inizio novanta.
Il programma Pianeta Neve, e poi Alpirod. Una bellissima gara di Cani da Slitta lungol’arco alpino. Questo video riguarda proprio l’edizione da me seguita. Mi sono emozionato vedendolo, scandendo i nomi di tutti i musher che ormai dopo quelle settimane sono figure indelebili dai miei ricordi. Molti al tempo li ho fotoragrafati, ritratti coi loro cani.
E poi, con Lino, a Mediaset il programma Mappamondo, col quale abbiamo girato posti meravigliosi: Cuba, Bali, Uzbekistan … In qualche modo senza la sua organizzazione non ci sarei mai stato in vita mia.
Lì ero autore, scrivevo i testi sul posto per una conduttrice che… Lasciamo stare.

Venerdi devo girare un servizio con in Val Gardena: l’impatto emotivo sarà forte.
Ancora più forte sarà l’impatto con gli sci che non uso da vent’anni…
Che il cielo me la mandi buona.





se non è…

13 12 2016

Non la voglio fare lunga, ma  mi capita spesso di pensare che mi resti poco da vivere.
Non so perché, è una sensazione, sicuramente infondata come quella analoga che abbi a vent’anni. E sono ancora qui.
Ci sono diverse cause per questi pensieri.
Una è sicuramente la fragilità emotiva, che cerco di tenere nascosta il più possibile, non sempre riuscendoci.
Per esempio non sono riuscito a nascondere al collega montatore che lavorava con me il mio turbamento quando ci è capitato di dover lavorare per la rubrica “XX Secolo” un filmato di Rascel che impersonava Napoleone. Uno sketch che rifaceva sempre mio padre.
Un’altra causa di questa stupida strisciante idea è che sempre più spesso riemergono dalla mia mente ricordi remotissimi.
Per esempio ieri all’improvviso mi si è aperta una voragine di ricordi a scatola cinese.
Io piccolissimo coi colleghi di mio padre che mi insegnavano modi di dire.
Uno di questi era “se non è zuppa, è pan bagnato”.
Sicuramente questi colleghi cercavano di insegnarmi la versione piemontese, lingua che da piccolo non conoscevo per nulla perché i miei mi parlavano sempre in italiano.
“S’a l’è nen supa l’è pan bagnà”
Allora dalla frase piemontese (che sicuramente i colleghi mi italianizzavano), mi era tutto chiaro: tranne cosa fosse “il pampagnà”.
E mi ricordo che mi ci sono voluti anni per ricongiungere” il pampagnà” al pan bagnà.
E niente.
Ieri mattina non so come né perché, mi è venuta in mente la parola.
Pampagnà.
Ma così, senza ragione.
Una cosa che arriva da oltre cinquant’anni fa.





combinato indisponente

1 10 2016

Ho seguito con una certa angoscia ieri sera il “dibattito” tra Il presidente del consiglio che ovviamente caldeggiava (a tratti coi soliti modi arroganti per non dire tracotanti) la riforma costituzionale e il professor Gustavo Zagrebelsky, uno dei più autorevoli sostenitori del NO al referendum.
Ho letto giudizidi ogni genere sui social network, tra i più sensati quelli che sostenevano l’impossibilità di far passare ragionamenti complessi (quelli di Zagrebelsky) negli stentati tempi televisivi.
Molti sostenitori del NO scrivevano traumatizzati per la piega che stavano prendendo le cose.
Da semplice “pratichino” dei media, senza crediti accademici di alcun genere, ferma restando la difficoltà di far passare in TV concetti di una certa complessità (e, vorrei anche dire, “eleganza intellettuale”) penso che alcuni errori siano stati compiuti dal professore.
A partire dal fatto che mi sorprende il professore fosse impreparato NON alla aggressività del suo interlocutore, ma alla sua abilità a buttarla in “caciara” o “ammuina”, per usare termini coloriti, assai poco accademici.
Mi sorprende che in “Libertà e Giustizia”non ci sia stato nessuno in grado di prepararlo a questa evenienza. Ma evidentemente non c’è stato.
L’errore fondamentale che mi è parso di percepire, quello, dopo convenevoli nei quali Renzi ha negato di aver mai usato  il termine “gufo” o  altri simili (in effetti a proposito di personaggi come Zagrebelsky usava il sarcastico “professoroni”…), è stato quello di non aver affrontato immediatamente il tema della riforma costituzionale nei suoi aspetti aberranti.
Il dibattito si è perso per un secolo sul famigerato “combinato disposto” tra legge elettorale e riforma costituzionale. Ovviamente Renzi ci è andato a nozze, in questa digressione inutile.
A un certo punto mi pareva lo spirito di Bersani avesse posseduto il professore.
Invece, da “pratichino”, secondo me serviva puntare dritto alla Costituzione.
In questo modo (parlando di una legge elettorale che sta nel limbo, applicata a una riforma costituzionale che non si sa se verrà approvata o bocciata) si è finito col parlare di sesso degli angeli.
Perfino Mentana (che certo non è stato di gran polso) a un certo punto si è sentito in dovere di richiamare al tema il dibattito.
In sostanza penso che il professore avrebbe potuto focalizzare il discorso (cosa che è parzialmente avvenuta nella parte finale) sulla perversione del modo di formare il Senato nella riforma. E, tema che non è praticamente stato toccato se non in un paio di frasi, la complessità demenziale del nuovo articolo 70 rispetto alla quale nemmeno i costitusionalisti di varia estrazione sanno dire con precisione a quanti iter diversi, a seconda dei casi, la nuova logorroica versione alla fine porterà. E a quanti pretesti per ricorsi alla Corte Costituzionale con conseguenti RALLENTAMENTI.
Altro che velocizzazione, altro che semplificazione.
Questo è il parere del pratichino.
Per un ragionamento molto più alto, ampio e illuminante, rimando al post/articolo di Alessandro Gilioli, perché non saprei dire meglio.
Ultima cosa.
Penso sia chiaro a tuti, anche a fronte di un ragionamento semplicissimo, che cambiamento non vuol necessariamente dire “in meglio”.
Il cambiamento in sé NON è un valore.

IL DIBATTITO

 








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