fermata tor di quinto

16 03 2019

Prendo frequentemente la ferrovia Roma-Viterbo perché sia la fermata del mio circolo ricreativo periodico (l’Ospedale S.Andrea) che quella di uno dei mie luoghi di lavoro (Saxa Rubra Rai) si trovano su quella linea.
Tutte le volte che passo dalla stazione Tor di Quinto non posso fare a meno di tradurre mentalmente in inglese Tower of Fifth. E Fin lì.
Il guaio è che mi vengono anche in mente i Genesis con la loro Firth.
Con tanto di motivo musicale.
Tutte-le-volte.

Genesis, Firth of Fifth, from Selling England by the Pound
video live 1975

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visionarrazioni – 4 – punti di vista

12 03 2019

di Stefano De Fazi (artwork) e William Nessuno (testo)

even more light tonight


UFO

Avevamo fatto un grosso lavoro nei decenni per far credere a quei tizietti che si aggiravano sul pianeta  che fossimo simili a delle lampade a soffitto, solo un po’ più grosse. Ci erano abbastanza cascati. Del resto è gente che crede veramente a qualunque baggianata, tipo comici-politici, presidenti dalle capigliature improbabili giallo pannocchia o nere che siano, colonialisti trasformati in isolazionisti: insomma qualunque fandonia.
Quindi era stato relativamente facile spuntare nel cuore della notte tra le piramidi cestie (sì, dovrebbe essere una sola, ma per noi creature extradimensionali moltiplicare questi oggettini, queste cosette manufatte in pietra di fabbricazione tiziettesca dal sapore massonico, è un giochetto da poppanti)… sì, era stato relativamente facile spuntare e abbacinare con il nostro faro irradiante la bellezza locale con la chioma fulva fluente. Approfittando di un momento nel quale non ci guardava: fissava qualcosa per terra. Forse un topolino. Forse un braccobaldo.
Attraverso di lei, il nostro obiettivo era quello di transfondere nel piccolo quadrupede peloso che avrebbe da lì a poco accarezzato una dose di energia ponzotica (volgarmente detta “intellettiva”) che, stimolando ulteriormente le sue attività cerebrali, avrebbe in breve tempo portato la sua razza quadrupedepelosa a dominare il mondo dei tizietti.
Qui disco emanante a dischi svolazzanti: Passo e chiudo.

LEI
Forse avrei dovuto mettere un abito più consistente. Questo è così leggero, scollato, smanicato. Mi dovessero mai rapire gli alieni potrei avere freddo…
Vedo quei dischi volanti tipo pattuglia acrobatica extramondo che volteggiano sulla mia testa: uno lo vedo meglio di tutti, mi illumina e mi sembra un po’ stereotipato, tipo Ultimatum alla Terra… del resto è anche una copia fedele di quello fotografato a Passaic New Jersey nel 1952, quindi in fin dei conti è abbastanza credibile. Non sono una credulona però neanche una negazionista a priori. Che invece adesso bisogna essere o l’una o l’altra cosa senza esitazioni.
Decido di far finta di niente, di guardare da un’altra parte: non si sa mai, dare confidenza a questi marziani rimane sconsigliabile, non puoi prevedere cosa pensino di farti. Cominciano col puntati col raggio energetico e magari finiscono per utilizzarti come utero in affitto per qualche loro rospetto verde o grigio che sia. E poi sono anche poco vestita. Lo sapevo che dovevo mettere un altro abito stasera. Almeno, un golfino sulle spalle. Che poi con tutte queste piramidi di pietra gelida… Il clima non è esattamente confortevole.
Fortuna che c’è la presenza tiepida e amorevole di questa palla di pelo, questo gattino maculato: mi ha scelto come amica del cuore qualche minuto fa e mi sta seguendo dappertutto in mezzo a questa visione d’Egitto.
Non penso abbia malattie, quasi quasi l’accarezzo: per la sua costanza se l’è meritato, penso.

GATTO
Parliamoci chiaro, io non ci capisco veramente niente di questa situazione.
Fossimo in Egitto saprei qual è il mio posto. Ovvero su un piedistallo di adorazione. Qui sembra Egitto ma non direi che lo sia. Anche se questi noiosissimi alieni, da quanto tramandato nella nostra tradizione miagolare, c’erano pure lì, che noi gatti siamo stufi di vederli. Finché con una folgorazione mentale non ci faranno conquistare il potere, come vanno da millenni blaterando, o bip-bippando, insomma come vi pare. Intanto loro mica parlano: comunicano con una loro lingua mentale. Il problema sarebbe farsela tradurre. Ma da chi. Questi qua grossi mediamente affettuosi che un tempo ci veneravano ne capiscono meno di noi, un po’ ci credono, un po’ non ci credono, negli alieni. Ma poi alieni rispetto a chi.
Per noi, nobile genìa di esseri trascendenti, tutto è alieno e tutto è familiare. Non abbiamo pregiudizi, come molte volte hanno questi qua grossi. Nei confronti di altri esseri ma anche di esseri del tutto omologhi a sé stessi. Questi sono capaci di tutto. Invece non sono capaci quasi mai, come so fare invece io, di sentire col cuore out of the box. Per fortuna attualmente sono in un momento di buona, e questa qui grossa col pelo lungo e fulvo penso sia pronta ad accarezzarmi sulla testa.
Per non sbagliare, per non farmi trovare impreparato, inizierei a fare le fusa.
Puuur. Meow.
Ah, la lingua di default è l’italiano, dimenticavo.
Allora Miao.

artwork: even more light tonight by Stefano De Fazi

 





visionarrazioni – 3 – autostima

9 03 2019

di Stefano De Fazi (artwork) e William Nessuno (testo)
nascita di totani bianchi

Come razzo sono anomalo, lo so.
Perché non vado mica avanti come ogni razzo che si rispetti.
Vado sì all’insù, ma all’indietro.
Poi andiamo tutti secondo un progetto preciso di collisione, una specie di Big Bang al contrario, un Big Crash insomma. Mica soltanto noi nel raggio luminoso del radiotelescopio. No, anche gli altri nell’ombra azzurrina del profondo universo seguono il medesimo disegno.
Guardatemi nella mia fiera retromarcia ad maiora, con i retrorazzi più potenti di tutti accesi, che fiammeggiano come pochi altri.
Sono io il razzo più luminoso. Di quelli che nelle notti buie possono essere scambiati dagli osservatori sui monti Palomar o simili per una stella cometa. O magari per un satellite artificiale sovietico disperso nell’orbita terrestre.

Cosa? Cos’è questa storia? Sarei un calamaro? Saremmo tutti calamari? Ma davvero? Siamo nelle mani di autori che delirano, evidentemente.
Comunque io resto il pezzo più grosso di tutti quelli puntati dall’occhio del radiotelescopio.
Ma sì, dai, dal microscopio.
Non sottilizziamo.
E’ uguale.

Artwork: Nascita di Totani Bianchi by Stefano De Fazi





Aberrazioni lessicali

8 03 2019

Non ho mai usato l’espressione “ciaone”.
Ma “bacioni” (non in senso sarcastico) e “stai sereno” (non in senso perfido) sì.
Adesso ci ritroviamo queste due espressioni alterate nel loro significato profondo, perché non possiamo fare a meno di ricollegarle ai due geni della politica Salvini e Renzi.
Insomma non siamo più liberi di usarle senza un retropensiero insito.
O meglio, un retropensiero che temiamo di poter suscitare in coloro ai quali le rivolgiamo.
Dato che sono un tipo incline alla depressione, di solito mia madre, dopo le discussioni nelle quali io sbocconcello in quattro parole le mie cupe perplessità pessimistiche, usava concludere le sue prediche rassicuranti con un affettuoso “stai sereno”.
Da alcuni anni invece è costretta ad aggiungere “Ma non nel senso di quello lì”.

Chissà tra quanto tempo potremo tornare a usare quelle espressioni liberate dall’inquinamento interpretativo dei due giganti della politica, dei due grandi statisti.
Dei due.





visionarrazioni – 2: cuore riflesso

1 02 2019

di Stefano De Fazi (artwork) e William Nessuno (testo)

a brand new holy heart

 

Fa impressione pensare che il mio cuore irradiante potrebbe finire sotto uno di quei coni di luce là dietro, illuminato e ancor più riscaldato dalle lampade alogene di quanto già non sia accalorato di suo.
Fa ancora più impressione immaginarlo in uno di quei contenitori di vetro alle mie spalle, quei boccacci di varie dimensioni e misure che non sono beute, non sono matracci e apparentemente sembrerebbero destinati a qualcosa tipo latte.
Attraverso i secoli ancora mi ricordo le bottiglie di Angelo il lattaio di viale Medaglie d’Oro: per andare da lui dovevi salire quei cinque gradini che ti portavano dal livello stradale alla latteria. E io mi dovevo tirare un po’ su la veste drappeggiata stile medievale, per non inciampare nel bordo con le mie pantofole vellutate.
Poi ci ripenso e immagino che tutta quell’energia non possa che arrivare da una centrale nucleare come quella sulla copertina dei China Crisis, con quei colossali cilindri di cemento armato grigio, ma svasati. Proprio dietro la mia testa ne vedo uno ma è troppo piccolo, specie se comparato alla bottiglia di vetro di Angelo, che lì di fianco giganteggia a confronto.
Me ne sto col mio sguardo ieratico a mezzo tra la madonna rinascimentale e il modiglianismo: i miei occhi sono un po’ sbarrati e la bocca semiaperta perché mi sono vista allo specchio e sono stupita dalla complessità elegante della mia acconciatura klimtiana.
Riveder le stelle sarebbe d’obbligo, ma io non ci bado, guardo altrove.
Guardo al mio cuore.
Ma riflesso nello specchio.





visionarrazioni…

1 02 2019

Sarà la mia idea bauhausiana di lavoro di scuola, interattivo.
Sarà per la fascinazione che da sempre l’immagine esercita su di me.
Sarà perché nel disegno e nella pittura sono un disasto, magari in fatto di immagini me la cavo con la fotografia ma nulla più.
Ho sempre voluto e cercato delle collaborazioni con gli artisti visivi che ho stimato e ammirato. Prima Andrea Ovcinnicoff, che è stato mio commilitone, poi Andrea Cerquiglini, che se non ricordo male conobbi addirittura attraverso la mia ex moglie.
Mi piaceva tantissimo vedere come riuscivano a dare corpo/tratto alle mie visioni narrative. Perché in questo almeno sono stato sempre bravo. Ad essere visionario e anche un po’ delirante.
Il dottor Trinitrohn di Ovcinnicoff. La Repubblica Boreale di Cerquiglini.
Tutte queste visioni sono rimaste nei cassetti del tempo, con mio enorme rammarico.
E’ già difficile trovare chi ti pubblica un testo. Figuriamoci un testo con illustrazioni, per quanto affascinanti.
Non ricordo nemmeno bene come ho conosciuto ormai anni fa Stefano De Fazi, forse nell’entourage di amici grafici o editori, so che poi ho scoperto essere anche amico di un mio fantastico collega televisivo, Giorgio Battaglia. Ma la cosa importante è che Stefano crea da sempre immagini piene di fantasia. Appunto, delle visioni vere e proprie.
Avrei sperato di convincerlo a lavorare su dei testi miei, ma data la disastrosa esperienza nella quale avevo già condotto i due Andrea, ovvero tanto lavoro per nulla (di concreto), non ho insistito più di tanto.
Siccome i suoi lavori, che vedo regolarmente su Instagram, continuavano a suscitarmi idee, abbiamo concordato che stavolta sia io a costruire testi basati sulle sue immagini.
Così è nato questo progetto, Che dapprima avevo battezzato Visionstorie ma poi ho deciso di ribattezzare Visionarrazioni. Mi sembra più efficace come parola/sintesi.
Spero vi divertirà.
A me entusiasma perché quando vedo un’immagine di Stefano mi parte subito il trip immaginativo.





visionstorie 1- custodendo

28 01 2019

di Stefano De Fazi (artwork) e William Nessuno (testo)

bottle096

“Ci ha presi un giro”, dice un po’ seccato Naricionen da sinistra.
Dall’altra parte Ghignante -ex post- vorrebbe annuire, ma il collo non si piega, così si deve limitare a strabuzzare gli occhi nella certezza che il suo messaggio sia chiaro: e, volendo, anche il più spaventoso.
Ma al centro Mascelluto manifesta stupore e si vanta con un certo distacco: “Indosso io la felpa con la scritta, vuol dire che preferiva e si riferiva a me”.
Naricionen si limita a osservare “Ma che gli costava aggiungere una S, Cruel MonsterS, così si sarebbe riferito a tutti e tre! Ci avrebbe evitato questa perenne disputa su chi è più crudele!”
Ghignante fa il suo mestiere, sogghigna e sputa la sentenza: “del resto cosa puoi aspettarti da uno che si è scolato novantacinque bottiglie prima di arrivare a concepire noi…”
Improvvisamente i tre latrano.
“Ma non saremo mica Cerbero!” ululano con stupore all’unisono.
E si domandano chi o cosa stiano custodendo.

Nota: con questo accoppiamento assai poco giudizioso di un’immagine creata autonomamente nel tempo da Stefano De Fazi e un testo ispirato dalla medesima a William Nessuno inizia il progetto chiamato provvisoriamente “visionstorie”.








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