palese

1 08 2020

Avete presente quelli che già a marzo iniziano a parlare di mare, di sole, di estate: “non vedo l’ora che arrivi l’estate, ma quando arriva l’estate…”.
Ecco, il mio cuore sta faticando a fare gli ottocento metri da casa mia al MAXXi, coi quaranta gradi che ci sono adesso a Roma. E da domani ricomincio a lavorare, cioè devo muovermi per forza.
Allora, volevo dire: pensando a questi signori (ma sono spesso signore…) che sono sempre in attesa dell’estate e del caldo, mi vado convincedo che abbiamo nella maggior parte case al mare o in montagna, barche in acqua oppure abbastanza danaro per pagarsi alberghi et similia. Se no no si spiega.
Dato che io qui a Roma sto per morire.
Palese, direi.





capitale boreale

24 07 2020

(dall’introduzione del mio “Cronache, Miti e Leggende Boreali”, di prossima uscita per Delos)

Frigorenhavn è una città particolare. Ed è ovvio che lo sia, se si pensa che si tratta della capitale più a nord dell’intero pianeta. Benché alcuni testi riportino che la prima rete di illuminazione elettrica stradale nell’estremo nord sia stata nel 1891 quella di Hammerfest (Norvegia), è in realtà Frigorenhavn a vantare con alcuni anni di anticipo questo primato; ed è probabile che l’errore dei cronisti sia dovuto semplicemente alla scarsità di notizie che da sempre si è avuta a proposito della Repubblica Boreale.
Se le ore di luce durante l’inverno sono poche a Hammerfest, ancor meno sono a Frigorenhavn.
La capitale Boreale è cresciuta in modo diverso dalle grandi capitali nordiche che siamo abituati a conoscere: Oslo, Helsinki, Stoccolma, e perfino Reykjavík. Queste città si sono espanse beneficiando del particolare rapporto spazio/popolazione tipico di quelle aree dell’Europa: si tratta cioè città poco concentrate, costituite soprattutto da quartieri basati sulla cellula abitativa monofamiliare a un piano o due, ampiamente distanziata da quella limitrofa e opportunamente fornita di spazio circostante che in estate si tinge di verde.
A Frigorenhavn le cose sono andate diversamente.
La popolazione ha sempre dovuto fare i conti con il territorio.





banalità sulla scrittura

22 07 2020

Un’amica di Facebook, Carola Flauto, aveva chiesto: “Cosa è oggi la letteratura? Che differenza c’è tra scrittura e letteratura?”
Io non sono riuscito a inventarmi se non queste tre o quattro banalità.

Innanzitutto la scrittura non è necessariamente destinata alla letteratura.
La scrittura può essere strumento per la saggistica, la poesia…
Non credo siamo in grado di dire OGGI cosa sia letteratura di quel che esce attualmente. E nemmeno i critici. Forse in qualche caso, ma non è detto.
Chi scrive oggi può solo SPERARE che la sua fatica un giorno possa essere ritenuta letteratura, ma non può saperlo.
Chi scrive ed è già convinto di star producendo letteratura, a mio parere, è proprio colui che molto probabilmente NON la sta facendo.
Per questo diffido sempre dei “convinti”.
Poi questo è un mio approccio alla vita in generale.
Penso non si possa sapere adesso se quel che si scrive parlerà anche ad altre generazioni nel futuro, per decenni o secoli.
Come hanno già detto in altri commenti, è quella la sostanza della letteratura che sopravvive. Produrre una narrazione che parli all’essere umano nel suo sentire basilare, essenziale, intimo. Perché comunque, lo sappiamo, la forma alla fine è una cosa apprezzata momentaneamente: lo stile, per quanto importante, non basta.
Ci ho provato, ma non sento di aver centrato perfettamente il problema.





tempi moderni

19 07 2020

Su Rai3 un bellissimo documentario su un papa.

Su Rai1 canzonette e ciacole.





rita vitali rosati, ossessivo visiorama

25 06 2020

Questa volta voglio iniziare un po’ da lontano.
Ho conosciuto Rita Vitali Rosati una vita fa, negli anni ottanta, quando praticavo l’Arte Postale (Mail Art) e dirigevo la fanzine letteraria Circolo Pickwick, pubblicata dalla minuscola Editoriale Ambra di Vercelli della quale ero socio.
Questa premessa mi serve per dire che, non essendo più un ragazzino, ho capito una cosa: a volte con certe persone si percepiscono assonanze emotive o ideali che sono difficili da spiegare.
E durano nel tempo. Nei decenni.

Rita l’ho ri-incontrata come tanti su Facebook e molto gentilmente mi ha inviato un suo sorprendente volume, Ahi.

Ahi è un libro fotografico, che tiene anche traccia di mostre tenute negli anni da Rita Vitali Rosati.
Il volume inizia con la foto di uno strumento, una macchinetta fotografica abbastanza banale, certo non professionale, stretta e pronta allo scatto si presume dall’Artista stessa.
A partire da questo, il messaggio dell’Artista va nella direzione di non volersi concentrare sul medium ma sul message.
Qualcosa che molti tra gli adoratori della tecnologia fotografica non riescono proprio a capire.
Poi poco alla volta, dopo alcuni (auto?)ritratti, si arriva al vero incombente tema che l’Autrice intende trattare.
L’ossessivo Sovraccarico di Comunicazione (che in “I Blog e la visone fideistica della rete”, Lulu 2006. chiamavo “Overload”).
Cominciano le foto scattate, supponiamo (anzi siamo certi) con la macchinetta digitale intravista all’inizio. Foto scattate alla televisione. Allo schermo del televisiore coi suoi contenuti a volte ossessivi, altre tragici.
Spesso si capisce che sono foto da un televisore solo dall’Effetto Moiré (quella strana trama di righe curve che si forma per una sorta di sovrapposizione tra diverse frequenze luminose). Altre volte le foto includono in parte lo sfondo di una classica stanza “da televisione”: un soggiorno, un salotto, coi suoi quadri e i suoi soprammobili.
Questo sottolinea ancora di più l’invasione dello spazio (mentale) privato di noi soggetti/oggetti davanti al televisore.
Iniziano immagini crude, insanguinate.
Arrivano le immagini di bambini neri sofferenti, alternate a foto “dal vero” di soggetti (l’Autrice stessa…) che si esibiscono in una gamma di espressioni di sorpresa, di spavento, di fastidio.
Tutto il libro è un accumulo sapiente e crudo di fotografie molto interessanti a comporre un panorama di cronache, di eventi perlopiù tragici, di buffonaggine televisiva (non mancano “Striscia la Notizia” né il Gabibbo), di prime pagine di giornale dai titoli scioccanti, di contrapposizioni-similitudini surreali come quella tra Cristiano Malgioglio e Alda Merini.
Verso la fine, dopo una caterva di immagini di TV-spazzatura, anche qualche autoritratto dell’Autrice come Vamp in guantini di pizzo: e io ci vedo la denuncia di una una tragica, inevitabile attrazione-mimesi-simulazione.
Una trappola verso la quale probabilmente l’Autrice ci mette in guardia.
Oltre al Sovraccarico Mediatico del quale abbiamo già detto, che ci soffoca, ci stordisce, ci indebolisce. Che ci opprime.
Ahi.
Senza nemmeno un punto esclamativo a rendere questo titolo più doloroso.
Rendiamocene conto.
SIAMO ASSUEFATTI.

Grazie Rita.

R i t a s u l W e b


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novità in arrivo

23 06 2020

Sto lavorando alla revisione definitiva di “Store, Miti e Leggende Boreali”: la raccolta di racconti sarà presto pubblicata…
Vi aggiorno.





sventolatori di vangeli e bibbie

7 06 2020

Non sono religioso, anzi, mi definirei agnostico.
Perché lo sia diventato, pur essendo stato battezzato e avendo ricevuto tutti i sacramenti, un po’  sarebbe una storia lunga, un po’ non saprei bene spiegarlo nemmeno io.
Comunque, per arrivare al punto: quelli che utilizzano i simboli cristiani e agitano volumi di testi sacri (o che per loro lo dovrebbero essere) per sostenere e propagare ideologie politiche che sono esattamente l’opposto degli insegnamenti di quella religione, mi indignano profondamente.
Non so se siano chiari i riferimenti a chi lo  fa, sia oltreoceano che qui da noi.





sulla iphoneografia

4 06 2020

Questo è il testo che ho scritto per la mia mostra nel mondo virtuale Craft Grid, organizzata, curata e allestita da Roxelo Babenko, aka Rosanna Galvani.

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foto di Alba Rocca

Il mio lavoro fotografico più recente si basa su tre elementi.
Hipstamatic, Street Photography, ricerca.
La App Hipstamatic mi accompagna dal 2010, quando le foto scattate con un cellulare erano veramente ancora scadenti: ma pareva di poter esplorare nuovi territori cromatici e simil-analogici vintage. Contemporaneamente sperimentavo Lomografia con Holga e simili.
Quasi tutti i miei scatti possono ricadere in un modo o nell’altro nell’ambito della Foto di Strada. Sono scatti in qualche modo rubati.
La ricerca avviene spesso in postproduzione, ma non necessariamente: a volte se la combinazione lente/pellicola Hipstamatic prescelta è ben ponderata non occorre fare molto altro. Per questo la App la devi conoscere, avere le tue combinazioni preferite da saper selezionare secondo le situazioni.
Ora, la fotografia con lo smartphone ha molti detrattori. Più o meno si rifanno alle teorie di Jean Baudrilard, in aggiunta allo sconcerto per il fatto che tutti possono scattare con un cellulare: anche la sciura Pina o il ragazzotto pieno di birra che incontro in metropolitana. Come si permettono.
Io non mi sento minacciato: il mio sguardo, come quello di chiunque altro, è e rimane unico.
Jean Baudrillard ha scritto la “fotografia diventata digitale, liberata in un solo colpo del negativo e del mondo reale (…) Fine del singolo momento dell’atto fotografico, visto che l’immagine può essere immediatamente cancellata o ricomposta. Fine della testimonianza inconfutabile del negativo”.
Si tratta di riflessioni di estremo interesse, da leggere nella loro interezza.
Questo rapporto assoluto del quale parla Baudrillard tra realtà e fotografia non è mai esistito però, penso io: o forse si è manifestato alcune volte. Senza arrivare alle composizioni delle avanguardie o agli esperimenti del futurismo, se pensiamo alle immagini colorate con le aniline, alle esposizioni multiple, anche solo alla scelta della carta sulla quale stampare il negativo, possiamo riflettere su questa eventuale fine dell’atto fotografico come attimo unico che sarebbe sopravvenuta soltanto con la fotografia digitale.
Le mie foto sono doppiamente colpevoli.
Primo perché usando Hipstamatic ho scelto già in partenza delle impostazioni digitali che “simulano” qualcos’altro (obiettivi e pellicole analogici).
Secondo, ci lavoro in postproduzione, intervenendo principalmente sulla palette dei colori: ho nella mia testa una gamma cromatica che voglio raggiungere. Penso si noti abbastanza, questa tendenza a trovare combinazioni identitarie mie.
Di Baudrillard riconosco istintivamente una cosa: io sono restio a lavorare sull’ibridazione delle immagini trasformandole in soggetti diversi.
Ci sono invece molti colleghi del NEM (The New Era Museum) che creano ex novo immagini spaesanti e di grande impatto, realizzando come collages con frammenti di foto diverse, ottenendo risultati davvero surreali.
Io preferisco che rimanga chiaro, quando si guardano i miei lavori, che si tratta di fotografie.
Questo è il mio modo di lavorare su iPhone.
Un mezzo che comunque mi serve per lavoro in molti altri modi e quindi devo avere e aggiornare in ogni caso.
Mi piacerebbe molto lavorare con una Leica, eh.
Purtroppo non posso permettermela.





aspirazioni

26 05 2020

Miro a divenire Assistente Cinico.





innumerevoli

23 05 2020

“Sono innumerevoli coloro che hanno aderito alla realtà, alla loro realtà, cancellando ogni considerazione duale e insolubile.”

Jean Baudrillard, da “Perché non è già tutto scomparso?” Gennaio 2007

trad. David Santoro, ed. Castelvecchi








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