suoni

5 01 2019

Ieri ho digitalizzato l’intervista che feci a Brescia nel gennaio 1988 a Guglielmo Achille Cavellini. Non la riascoltavo da decenni. I contenuti li ricordavo benissimo, del resto avevo curato recentemente il volume Cavellini Dixit basato sulla trascrizione pubblicata dalla fanzine letteraria che curavo, Circolo Pickwick.

Quello che mi ha veramente colpito e non mi aspettavo è che nella mia voce si percepiscono chiaramente suoni piemontesi. Che certamente dopo circa quattordici anni in Lombardia e quindici anni a Roma sono spariti.

Considero però già un successo non aver assunto intonazioni o parlata romanesca, perché in questa dopo alcuni anni ci cascano veramente tutti.

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eccetera

30 12 2018

Il giorno 27 dicembre sono uscito per una passeggiata, altrimenti i giorni di ferie si trascorrono sempre chiusi in casa ad accumulare calorie. Il che da sempere mi innervosisce molto. Passo velocemente davanti a un negozio poco distante da casa e vedo la signora bionda tutta curve sempre sorridente del negozio di grafica più avanti che dà indicazioni a due anziani su dove si trovi Piazzale Flaminio.
Poco dopo i due anziani, una signora piccola bionda e lui più alto con la barba bianca, che mi ricorda un po’ il mio vecchio amico Francesco, mi raggiungono alla fermata del tram. Lui mi chiede se sia giusto il tram per piazzale Flaminio, o se sia dall’altro lato: gli spiego che dall’altro lato andrebbe all’Auditorium o al MAXXI.
La signora mi fa: – Lei è un artista, vero?
Non so cosa rispondere. In pochi secondi devo mettere insieme una risposta, così non dico che scrivo, non dico che fotografo: mi esce “sono un regista”. Ovvero, mi esce la cosa che nella mia mente mi rappresenta di meno ma è ufficializzata da un contratto reale. Il resto è solo una mia illusione, un vivere nello stato permanente di wannabe insignificante e non riconosciuto, un vivere nell’ombra permanente delle persone che mi cicrondano che le cose le fanno davvero. Poi specifico pure “per la televisione” e penso di aver messo fine alle illusioni della signora che però insiste e mi dice
– L’avevo capito subito da quando l’ho vista passare che era un artista!
Domando da cosa, lei dice “dal passo, dalla camminata, dal cappotto…”.
Alla fine non sono un regista, non sono uno scrittore, non sono un fotografo.
Eccetera.
La signora era convinta che fossi un artista.
Cosa, chi sono, probabilmente non lo saprò nemmeno in punto di morte.





dipende.

17 12 2018

Su Facebook vedo uno di quei giochini scemi del genere: un quadrato con decine di righe e di colonne piene di lettere apparentemente random.
Di solito il gochino consiste nel trovare una parola (quindi una sequenza di lettere sensata nel caos, che sia in orizzontale o in verticale) che definirebbe qualcosa: il tuo carattere, una pianta o un animale che ti rappresentano…
Questa volta, quella che dovevi trovare era la parola che indicava il regalo che avresti ricevuto a Natale.
Scorro vorticosamente con gli occhi il quadrato… sembra di…. ma no…
E poi, alla fine: CALZE.

Niente male come regalo di Natale, penso.
Calze, penso.

Però dipende: INDOSSATE DA CHI, penso.





furbetto chi?

3 12 2018

Oggi su La Stampa a proposito della presunta flat tax apprendo che non varrà per chi ha prevalentemente un solo datore di lavoro (come nel mio caso la Rai).
Figuriamoci. La scappatoia per discriminare si trova sempre.
Quello che mi fa girare le scatole però è che i casi come il mio vengono definiti “i furbetti delle partite iva”, quando i furbetti, semmai, sarebbero quelli che ci fanno lavorare a partita iva mentre dovrebbe essere chiaro che il nostro è un rapporto da anni parasubordinato. Per non dire subordunato e basta.
E CI DOVREBBERO ASSUMERE.
Ma su questo, ovviamente, silenzio totale.





conosci te stesso

23 11 2018

Quando nelle attività creative o sul lavoro faccio qualcosa di buono, lo faccio per istinto.





un piccolo passo…

16 11 2018

Per la premiatissima serie, successo indiscusso delle reti Fox, Wolf, MacOs Leopard (canale vintage), con più ascolti dell’Ispettore Codardo e di House of Go-Karts “Un piccolo passo per William, un grande fregancazzo per l’Umanità”, questa sera sono riuscito a correre un pezzetto il triplo della volta precedente.
E senza nemmeno svenire, eh!





fragilità e connessioni

12 11 2018

Non sono migliorato un gran che, dentro.
La mia fragilità della quale ogni tanto parlo non si è dissolta. Anzi, spesso anche quando sono apparentemente sereno, perfino posiivo e quasi allegro, qualcosa si può spezzare all’improvviso.
Stamattina sono andato a fare colazione in un bar non lontano dal MAXXI, dato che quello interno al museo l’hanno chiuso senza preavviso: “per cambio gestione” dicono quelli che “però non so niente di preciso” addetti alle informazioni e custodi.
Mentre lin questo bar bistò leggevo su La Stampa della manifetazione di ieri a Torino sono entrate alcune persone. Quattro. Un uomo adulto anzianotto (forse il nonno) due donne più giovani e una ragazzina di otto nove anni su sedia a rotelle, con le gambe distese in avanti, non ripiegate come se fosse seduta.
La ragazzina chiama una delle due donne “zia”.
“Zia Marisa! Zia Marisa! C’è la mostra felina!” probabilmente vedendo una pubblicità esterna dalla vetrina del bar.
Il nonno la accompagna a scegliere quel che vuole mangiare, ma lei si muove autonomamente spingendo la sedia a rotelle. Sceglie.
Chiacchierano, fannno colazione velocemente, il tempo di rialzare gli occhi dal giornale e se ne stanno già andando. La ragazzina spinge la sedia a rotelle tra un tavolo e uno di quei cestini o portaombrelli cilindrici, la carrozzina non ci passa, lei rischia di schiacciarsi le dita mentre cerca di superare l’ostacolo spingendo le ruote. Nessuno se ne accorge o forse fanno finta di non vedere, forse sanno o pensano che lei debba imparare a cavarsela il più possibile da sola. A quel punto mi salgono le lacrime agli occhi, ma davvero, non come modo di dire. Reprimo il singhiozzo, come sempre ho gli occhiali che fanno da maschera.
Più tardi, dopo essere stato a fare un giro nel cortile del MAXXI gremito di persone, brulicante di bambini, ragazzine in skateboard o monopattino, bambini che giocano a pallone col padre, ragazzini con le automobiline radiocomandate, dopo aver scattato un po’ di foto come al solito, vado a prendere il tram per tornare a casa.
Sale una giovane donna bruna non bella nè brutta, con un passeggino. Dentro c’è un bambino bellissimo al quale non so dare un età, ma sicuramente non è ancora in grado di parlare.
La madre pianta il passeggino in mezzo alla vettura per foruna semivuota e va a sedersi.
Una signora di mezz’età si alza per cederle il posto di modo che possa stare più vicina al passeggino. Le dice proprio “si sieda qui, così è più vicina”.
La madre fissa nel nulla con sguardo vuoto, non le risponde nemmeno e non si muove dal posto nel quale si è abbandonata. Intanto il bambino, buonissimo, seduto per bene, bello diritto nel suo seggiolino, non appoggiato allo schienale, guarda l’esterno: i suoi occhi seguono quel che succede al di fuori del tram, la sua testolina dai capelli radi ruota. Tranquillo. Le sue manine stanno una accanto all’altra, quasi giunte.
Trovo quella scena straziante.
Devo scendere, butto un ultimo sguardo alla madre senza espressione, né seria né turbata, persa dietro a chissà quale pensiero o finto problema: quella madre dallo sguardo vitreo che ignora il suo bellissimo serafico bambino.
Scendo e piango di rabbia e dolore.
Stasera mente cercavo di fare un po’ di movimento, una specie di corsetta sfigata da uno che il cuore è quel che è, ripensavo a quei due momenti della mattinata . Mi è parso improvvisamente ci fosse un collegamento, forse una lezione per me, dato che i protagonisti delle due scene probabilmente non si incontreranno mai e quella madre magari resterà nel suo vuoto senza aver modo di capire.
Perché lei, la madre sul tram, non sapeva quanto fosse fortunata ad avere un figlio bello e sano come quello, si perdeva dietro a chissà quale pensiero del cavolo ignorandolo, mentre altrove c’era una ragazzina/figlia sulla sedia a rotelle che lottava anche per superarare uno stupido portacenere a cilindro metallizatto.








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