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20 04 2016

“… E alle ore venticinque e quaranta seguirà il TG nella lingua dei sogni…”





romans

10 04 2016

Passano in via Flaminia sotto un bellissimo sole i primi (questo lo capirò solo dopo) partecipanti alla maratona di Roma.

Ai lati della strada un  signore asciutto e in buona forma sui sessant’anni, camminando indifferente in altra direzione, con tono astioso:
“Diciassettemila stronzi che corrono e bloccano ‘na città.”

Due secondi dopo, un signore più basso e rotondetto alla moglie:
“Che poi i trattori saranno contentissimi, che col blocco del traffico nun ce andrà nessuno.”

Lungo il percorso una signora sui quaranta coi capelli corti ma a postissimo, in perfetta tenuta da corsa sta ferma e dice a voce alta, ma senza gridare (che stile) a un maratoneta spilungone in canottiera nera: “Non mollare!”

Lui stentoreo e retorico senza variare il passo :
“Mai mollare!”

Dopo arriva la fiumana, il grosso dei partecipanti.





quincy jones

2 03 2016

Ormai la mia memoria ha reazioni strane, stranissime, che Freud si divertirebbe molto, ma anche Proust.
Tutto parte qualche sera fa quando apprendo che Ennio Morricone ha vinto l’Oscar ed è stato premiato da Quincy Jones, abbracci e baci.
Allora scatta la memoria.
Trent’anni fa, ormai, sempre ai tempi del servizio militare, ma un po’ prima del Tenente Medico, frequentai a Maddaloni la Scuola di Commissariato e Amministrazione Militare per tre mesi.
Lì fui commilitone di un ragazzo che si chiamava di cognome Quinci.
Eravamo in tre, dalla provincia di Alessandria: Lui Quinci, Giorgio T. e io.
Avevo preso (io che davo sempre soprannomi, fino a una certa età) a chiamare questo ragazzo Quinci “Quincy Jones”. Cosa che aveva preso abbastanza piede tra i commilitoni.
Stavamo in camerata insieme, andavamo a cena insieme in un locale semisotterraneo che si chiamava molto appropriatamente “Il Grottino” con le pareti bianche a schizzi di gesso: piatto forte la carbonara.
E guardie alla Reggia di Caserta con ispezioni notturne che io (in quanto “integerrimo”) effettuavo davvero (quasi tutti gli altri no), e non posso dimenticare lo scalone della Reggia alla luce spot della lampada di ordinanza, che non illuminava praticamente nulla. Un fascio di luce che in quegli spazi enormi rendeva ancora più inquietante la situazione. Sapevi che vedevi nello spot, ma intorno, il buio restava impenetrabile.
Ora, disgraziatamente in questa epoca di social ti viene quasi immediato, quando ti appaiono dal nulla ricordi del genere, andare a cercare Quincy Jones in internet, e in particolare su Facebook.
Non ricordo il nome di battesimo (si parla di trent’anni fa). Quindi cerco Quinci. Compaiono molte donne ma nulla di rilevante. Devo fare “cerca altro” per trovarlo finalmente. Quinci, Massimo. Eh sì. Massimo. Vedo la foto di copertina, è lui. Un po’ appesantito come tutti ma è lui.
Leggo i post dall’alto e sono tutti di altre persone che hanno scritto sul suo diario.
Scorro e tra i “ciao Massimo” e le frasi smozzicate tra le quali un “non ci posso credere sono addolorato” o qualcosa di simile che non ho memorizzato capisco.
Quincy Jones è morto.
Massimo Quinci, che aveva cinque anni meno di me, è morto. E chissà da quanto.
Sapere come e perché è irrilevante.
Allora appare chiaro: mio padre ma poi  Umberto Eco, Maria Laura Giulietti e gli altri che si affastellano in questo periodo sono gli anelli di una catena destinata a infittirsi e con la quale non sono prono a convivere. Non sono maturo. Non sono un buon cattolico.
Con morte cimiteri funerali teschi e cripte ho sempre avuto un pessimo rapporto.
Anche adesso quando vado (quelle poche volte) a vedere mio padre sto veramente male e non lo posso nemmeno manifestare.
La terra ti sia lieve, Massimo.
Non sono andato a cercare Giorgio T.





parola di ufficiale e gentiluomo

22 02 2016

Durante il servizio militare, nella parte finale che feci ad Alessandria, avevo un Tenente Medico che conoscevo già da civile. Aveva pochi anni più di me.
Il mio Tenente Medico, a differenza di me che me ne sono andato in giro per l’Italia all’inseguimento di un lavoro sempre più incerto nei media, è rimasto a esercitare la sua solida professione nella nostra città ed è diventato uno specialista molto apprezzato nelle malattie dell’apparato respiratorio.
Recentemente mia madre ha purtroppo avuto bisogno di un suo parere e io le ho detto di salutarmelo.
Tenente Medico: – Certo che me lo ricordo! E’ sempre integerrimo come allora?
Mia Madre: – Purtroppo sì.
Tenente Medico: -Eh, quando si è così è impossibile cambiare…

Vi abbiamo presentato: sintesi della travagliata esistenza di William Nessuno.





così vicino così lontano

20 02 2016

Non l’ho mai conosciuto di persona.
E ormai non mi capiterà.
Conosco però chi l’ha frequentato con costanza e l’ha sempre chiamato semplicemente “Umberto”, mostrando con nonchalance la propria vicinanza.
Io al massimo mi son potuto permettere di chiamarlo “il mio ilustre concittadino”.
La sua presenza ha comunque inevitabilmente pervaso la mia esistenza da giovane, quando, ventenne dedito quasi esclusivamente alla letteratura anglisassone, alla libreria Gutenberg di via Caniggia si parlava dell’uscita del suo primo romanzo, “Il nome della Rosa”. E qualcuno diceva che un conto è essere studiosi, un altro è essere scrittori.
Per dire, come gira il mondo.
Mi ha davvero sorpreso leggere che lui sia morto ad Alessandria, non sapevo che fosse tornato.*
Un tempo avrei scritto “in Alessandria”, ma noto che ormai nessuno usa più questa forma. Forse è sbagliata, forse lui stesso mi avrebbe bacchettato.
Per la nostra grigia e attualmente depressa hometown- che diverse persone in momenti diversi mi hanno descritto come “la città più brutta che io abbia mai visto”- ha sempre costituito un punto d’orgoglio.
Un raro, prezioso punto d’orgoglio.
Non abbiamo più i cappelli. Adesso non abbiamo nemmeno più Eco.

 

  • Un mio giornalista di Alessandria mi segnala che non è vero sia morto lì.
    Cosa che è stata affermata in un post.
    Infatti io avevo scritto “mi ha sorpreso”.
    Non correggo, mi limito a precisare.




lumare le pupe

6 02 2016

Frequentare i musei d’arte e le gallerie non solo arricchisce lo spirito e la cultura, ma consente anche di lumare la quantità di pupe che si aggirano per le sale.
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così è

30 01 2016

Mi viene da piangere in media una volta al giorno.
In media.








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